I convitati di pietra
Romanzo
Einaudi
18 novembre 2025
cartaceo, ebook
168
22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell'esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare - col trascorrere dei decenni - un'autentica fortuna. Il meccanismo è semplice: la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi... Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s'infiammano un anno dopo l'altro. E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un'immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per aggirarle: scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai cosí divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina. Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l'epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia. Tra Compagni di scuola e Final Destination, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».
Può una cena di classe diventare una scommessa infinita?
«Ma al punto in cui erano arrivati non potevano tornare indietro, non potevano nemmeno fermarsi.»
Credo che ci siano libri che bene o male mettono d’accordo tutti. E poi ci sono libri come “I convitati di pietra” di Michele Mari (Einaudi), vincitore del Premio Strega 2026, capaci di spaccare a metà l’opinione dei lettori.
Ma forse è proprio questo il segreto del suo successo: suscitare reazioni opposte.
Perché per me è stata proprio questa divisione a incuriosirmi: volevo capire cosa ci fosse dietro un romanzo tanto discusso. E soprattutto da che parte sarei stata.
“I convitati di pietra” è un libro cupo, dove la morte aleggia costantemente nell’aria.
Ogni 22 luglio, a partire dal 1975, gli alunni di III A del Ginnasio-Liceo Giovanni Berchet di Milano si ritrovano per la classica cena di classe. Ma proprio quella sera del ’75 viene proposto un patto. Una riffa. O forse sarebbe meglio dire una scommessa diabolica.
Il patto consiste nel versare una quota annuale in un fondo comune. A incassarlo saranno soltanto gli ultimi tre superstiti.
Un’idea geniale, che mi ha catturata subito. La trama è originale, intelligente e ben costruita.
Ma, c’è un ma.
Lo stile narrativo mi ha disturbato fin da subito.
Non me ne voglia Mari, ma mi permetto di scriverlo nello stile del romanzo. A mo’ di lista della spesa:
- Periodi troppo lunghi. Alcuni anche di tredici e quattordici righe. Più volte mi sono persa all’interno della frase.
- La mancanza di capitoli e la presenza di pochissimi spazi hanno reso la lettura più faticosa di quello che già necessitava.
- Gli interminabili elenchi di film e anno di produzione.
- L’ossessione per Gene Hackman. Credo sia la parola più presente insieme al “sicché”.
- Gli elenchi di fumetti. Sono pure amante di fumetti.
Il detto però dice “Il troppo stroppia”.
Peccato, perché la storia funziona davvero. E tanto. Ho comunque gradito l’elenco redatto a ogni cena della situazione di malattie, acciacchi vari dei compagni e dipartite.
Perché il tempo non aspetta nessuno.
Ed è proprio il tempo, forse, il vero protagonista.
Una cosa che ho percepito, che mi è piaciuta e che mi ha fatto continuare la lettura (sì, ho pensato di interromperla) è come Mari ha gestito lo scorrere del tempo.
All’inizio il denaro sembra il premio. L’idea di guadagnarsi una cifra esorbitante fa gola a tutti.
Ma pian piano i superstiti si rendono conto che, il vero premio è il tempo, è la loro giovinezza che anno dopo anno se ne va.
«Quanto erano stati superficiali ed ingenui! Concepire quella gara mostruosa quando il premio era già in loro, con loro, ed era la giovinezza, semplicemente.»
La vincita è legata alla durata della vita. Chi vince significa che ha vissuto più a lungo.
Tuttavia più passano gli anni, e più diventa evidente che resta pochissimo tempo per godersi il denaro.
Che sia proprio questo il senso del gioco? Il denaro è soltanto un pretesto, tra di loro, quasi tutti, conducono una vita agiata.
Mi ha colpito una frase che Rivadenyra, il personaggio che ho apprezzato di più e amministratore della riffa, dice dopo un bel po’ di cene:
“avere ancora qualcosa per cui vivere, combattere e perfino sognare.”
Stanno invecchiando e la riffa diventa l’unico obiettivo che li tiene attivi e speranzosi.
«Mors tua, vita mea.»
È questo lo spirito con cui tutto ha inizio: la tua morte sarà il mio vantaggio.
All’inizio la situazione è un insieme di sospetti, rivalità, piccoli tradimenti e meschinità (tanta).
Ma, con il passare degli anni, succede qualcosa di inaspettato.
Per quasi tutto il romanzo prevale un cinismo feroce. E poi, le ultime quindici pagine (stiamo parlando di un romanzo che ne ha 159) cambiano atmosfera. Le ho trovate di una tenerezza struggente.
Sono state, per me, le pagine più belle del libro. Che me l’hanno addirittura fatto rivalutare.
Da storia crudele diventa di una dolcezza inattesa.
Mi è piaciuta moltissimo la “squadra” che si crea nell’ultima parte.
Questa citazione ne cattura l’essenza:
«Erano tutti lì, insieme, per sempre, erano la III A.»
Nel romanzo i personaggi sono i trenta alunni della III A, salvo qualche comparsa qua e là.
La Podesta mi ha incuriosito un sacco. Sembra sapere sempre qualcosa in più degli altri, come se conservasse nella memoria tutta la storia della III A. Quasi una veggente.
Brodo è antipatico, non m’è piaciuto per niente. E forse, doveva essere così.
Semprini mi ha esasperato. Lui è quello ossessionato da Gene Hackman e i fumetti. E poi Mari gli fa dire una cosa che non mi è piaciuta per niente: “Anthony Hopkins è un attore sopravvalutato!”. Eh no, questo proprio non andava scritto!
Quindi mi sento di dire che per “I convitati di pietra” non mi va di schierarmi da nessuna parte, perché tutto sommato è un’opera che vale la pena leggere. Anche se, in alcuni punti, non è stato facile continuare la lettura.
Ve l’ho già detto di diffidare dalle cene di classe? Potrebbero rivelarsi più pericolose di quanto immaginiate!

Ciao! Mi chiamo Ivonne, sono sposata con Francesco e mamma di tre splendide ragazze. Amo i bambini (infatti sono un’insegnante d’infanzia), la corsa e… ovviamente i libri.
Non ho un vero genere preferito, anzi, mi piace spaziare fra i vari generi anche se m’incuriosiscono di più i fantasy, i thriller psicologici, il gotico, l’horror… e sono anche una gran lettrice di manga giapponesi.
“Leggere è nutrire l’anima”.