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Recensione: “I cieli di Philadelphia” di Liz Moore, NN Editore

I cieli di Philadelphia Book Cover I cieli di Philadelphia
Liz Moore
Narrativa
NN Editore
21 maggio 2020
Cartaceo
464

Michaele Fitzpatrick è un'agente di polizia. Vive da sola e tra mille difficoltà si prende cura del figlio Thomas, un bambino dolce e intelligente. Pattuglia le strade di Kensington, il quartiere di Philadelphia dove è cresciuta e dove l'eroina segna il destino di molti, perché vuole tenere d'occhio l'amata sorella Kacey, che vive per strada e si prostituisce per una dose. Un giorno, Kacey scompare da Kensington, proprio nel momento in cui qualcuno comincia a uccidere le prostitute del quartiere. Michaela teme che sua sorella possa essere la prossima vittima e con l'aiuto del suo ex partner, Truman, inizierà a cercarla con fiera ostinazione, mettendo in pericolo le persone più care, e rivelando una verità che lei stessa prova a negare con tutte le sue forze.

Tra detective story e saga familiare, Liz Moore costruisce un romanzo in cui passato e presente si intrecciano e si illuminano componendo il ritratto di una donna vulnerabile e coraggiosa, tormentata da scelte sbagliate e fedele al suo senso di giustizia, e racconta un quartiere ai margini del sogno americano, ma cuore pulsante di un'umanità genuina e desiderosa di riscatto.

 

“Ecco il segreto che scoprii quel giorno: nessuno di loro vuole essere salvato. Vogliono tutti sprofondare nella terra, essere inghiottiti, continuare a dormire. Quando vengono resuscitati sul loro viso si dipinge l’odio”

A fare da sfondo squallide case sbarrate, abbandonate e negozietti polverosi in un dedalo di viali affollati di prostitute e vicoli ciechi devastati dallo spaccio. Uno scenario dei più comuni del genere poliziesco e anche uno dei più perversamente ammalianti.

Sopra di noi un tetto catramato, inadatto ai rigori dell’inverno e, oltre, il cielo notturno di Philadelphia. E oltre il cielo, chissà

E proprio sotto i cieli di Philadelphia (come recita la traduzione italiana del titolo originale Long Bright River) si muove la protagonista dell’ultimo romanzo di Liz Moore, Michaela, che da diligente agente di polizia pattuglia giorno e notte la città nel distretto di Kesington, quello in cui è nata, un sobborgo ormai svilito e disabitato da tempo, da quando le fiorenti fabbriche hanno chiuso i battenti.

Gli occhi di Mickey diventano quelli del lettore e se nelle primissime battute si ha la sensazione di trovarsi a tu per tu con una voce narrante affidabile simpatizzando per lei – la rappresentazione dello squallore di una città un tempo prosperosa e la descrizione delle dinamiche dei traffici di droga e prostituzione sono dettagliate – ben presto la scrittrice inizierà a girare le carte una ad una fino a che l’imbarazzo e il disagio emotivo di Michaela non verranno allo scoperto.

Non si può certo negare che l’infanzia della protagonista sia stata delle più felici – orfana, cresciuta da una nonna detestabile, con una sorellina a cui provvedere – ma neanche il presente può dirsi roseo: vive sola, ha un bambino a cui badare, una famiglia che la snobba e una sorella che si prostituisce per strada in cambio di una dose, Kacey, proprio lei che da bambina si presentava come la più forte e determinata tra le due.

Un giorno la sorella scompare da Kensington, proprio nel momento in cui qualcuno comincia a uccidere le prostitute del quartiere. Michey teme per lei e qui comincia l’indagine. Un’indagine a doppio binario come spesso accade nel genere noir, da un lato la caccia al presunto assassino dall’altro la ricerca personale.

Due tracce che finiranno tra pedinamenti, imboscamenti e travestimenti a confluire in un unico sentiero. Il ritmo non è mai serrato e a sostenere sapientemente la scorrevolezza della lettura sono i colpi di scena spiazzanti e i cosiddetti cliffhanger, cioè finali di capitoli che agganciano il lettore “obbligandolo” a continuare per sapere cosa succederà.

Una scrittura nel complesso limpida e tagliente insieme, meno introspettiva nella seconda parte dove il giallo prende il sopravvento. La prima parte si fa apprezzare molto, a mio avviso più di quella finale, perché qui il pendolo della narrazione oscilla tra l’allora dei ricordi e l’adesso del presente contingente scoperchiando con delicatezza quasi poetica il buco nero di una dura realtà dove la droga è l’unica risposta alla vita. A Kensington l’eroina dilaga e la vacuità dello sguardo, la magrezza dei corpi e le chiazze rosse sulle guance vibrano di disperazione, quella dura e rabbiosa.

Fuori dai finestrini: il solito miscuglio di gente che cerca una dose o se ne è appena fatta una. Metà delle persone sui marciapiedi pare sciogliersi lentamente a terra, incapace di reggersi sulle gambe. Chi fa battute su cose del genere la chiama “l’inclinazione di Kensington”. Io non lo faccio mai

Michaela combatte la collera nei confronti della droga nel tentativo di non giudicare ma indossare l’uniforme la riporta alle  responsabilità. I suoi sentimenti sono il fulcro dell’intero romanzo e da questi si diramano i temi principali – la miseria e le overdosi, il Narcan e le rianimazioni, i rapporti interpersonali minati dalla tossicodipendenza ossessiva, l’attaccamento morboso di una madre al proprio figlio e la patologia dell’astinenza neonatale, il legame indissolubile tra sorelle e l’assenza delle figure genitoriali – che come vene e arterie di uno stesso ingranaggio vitale pompano ossigeno ai personaggi della storia, tutti pronti a far sentire Michaela una mosca bianca fastidiosa e fuori luogo, una sensazione che è predominante nel romanzo ma che fortunatamente si risolve nel lieto fine. Come se la scrittrice concedesse alla sua penna il potenziale utopistico di dipingere un futuro di riscatto per ogni destino che ingiustamente appare ineluttabile. Spesso è un destino che ha solo bisogno di fiducia, come quella ritrovata dalle due sorelle Fitzpatrick di Philadelphia. E i cieli di Philadelphia è un esempio ben riuscito di una storia famigliare che sfocia nel thriller, consigliatissimo!

 

L’autrice

Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. Il suo romanzo Il peso (Neri Pozza 2012) è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award. Dopo aver vinto il Rome Prize nel 2014, l’autrice ha trascorso un anno all’American Academy di Roma, dove ha completato la stesura di The Unseen World, di prossima pubblicazione per NNE.

 

Amo la lettura praticamente da sempre, amo i suoni che produce, le storie che crea e le emozioni che evoca. Non posso fare a meno di scrivere che è il mio pane quotidiano e adoro correre. Non faccio maratone ma mi deletto con lo squash e nel tempo libero sforno crostate. Che altro dire? La Bottega dei libri è una delle cose belle capitate negli ultimi tempi.

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