H: Come Hitler vedeva i suoi tedeschi
Narrativa Biografica
Jouvence
3 febbraio 2020
Cartaceo+Kindle
245
In questo romanzo, Adolf viene descritto fino all’età di trent’anni come un soggetto un po’ nevrotico, sì, ma per il resto normale. Normale, non comune. Perché, nonostante i suoi limiti, mostra di possedere quelle caratteristiche che Thomas Mann fu costretto suo malgrado a riconoscergli in Fratello Hitler: le caratteristiche che solitamente contraddistinguono l’artista. E a farlo diventare quello che infine diverrà non saranno solo e in primo luogo le predisposizioni personali o le circostanze storiche, ma i Tedeschi, con quella miscela unica di stolta fede nell’autorità e presunto idealismo che dei piccolo-borghesi ignari fece dei criminali esecutori di ordini.
Tutti gli elementi essenziali su cui poggia la trasfigurazione letteraria non sono in ogni caso immaginari, ma rigorosamente documentati. E, se l’autore ha voluto, in certi momenti, accentuare un poco la coscienza che Hitler ha di sé e della sua situazione, questo artificio serve unicamente a far meglio risaltare la tragica simbiosi tra il dittatore e le masse.
“Fra un attimo tutto sarebbe finito. Lui si sarebbe cacciato una pallottola in testa e l’incubo, da lungo tempo divenuto insopportabile, avrebbe avuto termine”

Partiamo da questa frase, dalla fine del romanzo, ovviamente non spoilero nulla in quanto conosciamo bene la storia, questa storia ed il suo epilogo.
Il libro parla della vita di un personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti, una vita vista dal suo interno, nell’intimo, nel suo cervello, in quella parte di struttura messa a dura prova dalle sue emozioni e dal suo pensare: il protagonista di queste pagine è di fatto Adolf Hitler.
Lerchenwald ripercorre, in poco più di 200 pagine, a partire dall’infanzia fino alla morte, la storia di questo uomo (difficile comunque chiamarlo così). Non vi aspettate la solita storia, non è un saggio, è piuttosto un’introspezione, un tratteggio di un giovane ragazzo, insicuro e perdente, che ha conosciuto sconfitte ed umiliazioni, ma che purtroppo ha saputo rialzarsi e diventare quel’Hitler che tutto il mondo conosce. Era un ometto, ma ricordando Nietzsche, diventò un superometto.
La sua esistenza, subito difficile, alimenta fin da giovane un odio verso gli ebrei. Per lui erano il male assoluto sopra ogni cosa.
Ma devo dire che questo odio, nel libro, non è mai così esplicito, è sempre molto latente. Inoltre non è mai tratteggiato come un inetto, un depravato, un essere immondo, viene piuttosto descritto come un uomo mediocre, nulla della sua morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana è presente in questo libro….ed il punto, forse, è proprio questo.
Quando Luchenwald ci mostra che” ‘quell’uomo’ non era affatto il superuomo che la propaganda aveva ostinatamente cercato di far credere, ma un uomo normale“, non è un atto di esaltazione della persona stessa?
Ed ancora con “ci tratteggia quest’uomo come colui che è riuscito a sfruttare al meglio l’amore dei tedeschi per l’ordine e la coscienziosità, il loro senso del dovere e dell’obbedienza, ma anche la loro imperdonabile sprovvedutezza e stoltezza, l’ingenuità con la quale gli accordarono piena libertà d’azione facendosi incantare, giungendo purtroppo ad adorarlo” non si dà enfasi a qualcuno che è riuscito a profittare di un popolo disilluso da una politica nazionale ed internazionale dopo 4 anni di conflitto ed una generazione perduta?
Diciamo che possiamo avere due differenti chiavi di lettura: la prima – farci coinvolgere ed avvolgere dal pensiero che in fondo anche un uomo mediocre potrebbe arrivare con furbizia e cinismo a scalare e conquistare il potere per poterlo usare a suo piacimento.
La seconda – dopotutto quell’uomo non è colui che tutti vogliono far passare per il diavolo. È solo un uomo che si è trovato al posto giusto nel momento giusto per passare alla storia (in che modo poi).
Una storia di un uomo, quasi pirandelliano, un uomo senza qualità che vaga attraverso la vita alla ricerca di una dimensione e di una identità personale, un “Mattia Pascal” tedesco.
Dissento molto da questo libro e dal suo contenuto perché si rischia di dare voce ed enfasi a pericolosi fanatismi. Purtroppo di questi fanatismi ne è pieno il mondo “Non aveva forse detto NIETZSCHE che il fanatismo era l’unico modo di cui disponevano deboli e insicuri per esprimere la forza di volontà?”
Si rischia di avere lo stesso comportamento che ebbe il suo entourage…praticamente tutti contro, non avevano paura di lui, lo consideravano un plebeo quindi dandogli poco credito, quando invece a quel punto era già arrivato troppo in alto “Il Fuhrer“.

Poster del 1936: “La Germania intera ascolta il Fuhrer alla radio del popolo”
Romanzo chiaro, mai banale, pieno di fatti documentati, dettagliati ed approfonditi. Nella prefazione, Franco Cardini ci parla di un Hitler umanamente comprensibile, non giustificabile, ma meglio decifrabile. La funzione di questo libro è si quella di comprendere, rischiando, però, di portare fuori strada chi legge per la prima volta un testo sulla vita di Hitler.
Non si troverà in questo libro il feroce mister Hyde di Berlino che diventava un mite dottor Jekyll quando raggiungeva la casa di campagna “il nido dell’aquila”. Non un superuomo che ipnotizzava le folle, disprezzava l’intelligenza, diffidava della cultura, ma un uomo fragile, timido, con la testa piena di idee confuse. Un Hitler intimo, un piccolo borghese, può essere però profondamente dissimile dal mostro che conosciamo? Soltanto il dottor Freud, se avesse potuto psicanalizzarlo, avrebbe saputo rispondere a questa domanda.
La chiave di lettura, secondo me, per capire questo libro è leggerlo avendo però sempre in mente i tristi avvenimenti di quel periodo e per fare ciò bisogna conoscere la storia.
“Ignorare la storia vuol dire correre il rischio di perseverare negli orrori”

Sono principalmente moglie e mamma di due splendide ragazze ed ho la passione per la musica ma soprattutto per la lettura. Leggo di tutto romanzi, saggi, storici, ma non leggo libri nè di fantascienza né di horror.