Grazia Deledda
Biografia romanzata
Morellini Editore
26 gennaio 2024
Cartaceo, ebook
168
Nella lunga intervista rilasciata a un giornalista inizialmente ostile, un flusso di coscienza ci guida attraverso la vita di Grazia Deledda: figlia ribelle di una famiglia benestante di Nuoro e appena insignita del Premio Nobel per la Letteratura. Grazia manifesta fin da giovane la passione per la scrittura, ma deve affrontare il pregiudizio e l’ostilità della società dell’epoca che considera il ruolo delle donne limitato alla gestione della casa e della famiglia.
Nonostante gli ostacoli, “Grassiedda” persegue il suo sogno di diventare scrittrice, pubblicando racconti e romanzi e raggiungendo la popolarità. A Roma si inserisce nel mondo letterario stringendo rapporti di sorellanza con scrittori e scrittrici di spicco come Sibilla Aleramo e Matilde Serao. Nonostante il successo, Deledda non dimentica le sue radici: il legame con la famiglia d’origine e con la Sardegna sono sempre presenti nelle sue parole come nei romanzi. Durante l’intervista, intervallata da momenti di profondo dolore e sagace ironia, Deledda risponde a domande riguardanti il “nemico letterario” Pirandello, le grandi tragedie che hanno lacerato la sua famiglia, il rapporto con Mussolini e le critiche ricevute dai suoi concittadini per aver narrato una Nuoro conservatrice.
In un’intervista che scandaglia l’animo di Grazia, il lettore scopre la donna dietro al personaggio e la profonda modernità e determinazione della scrittrice sarda.
“Grazia Deledda” di Silvia Sanna, edito Morellini Editore, è un vivido affresco della scrittrice sarda, Premio Nobel.
Conosciamo Grazia, suo marito Palmiro e suo figlio Sardus, mentre sono seduti a tavola a gustare, senza troppo entusiasmo, un piatto preparato dalla scrittrice: maccarones de busa.
“Avevo impiegato più di due ore a lavorare l’impasto in punta d’uncinetto, la busa, appunto: tempo sottratto a una rilettura di Cuore di tenebra a occhi nudi. O di un Conrad e a seguire un Kipling (…) Il ferretto da sempre mi gratificava lavorando sciarpe e calzettoni per le notti d’inverno. Ma con la semola era diverso: quella era più disobbediente della lana”
Il pasto, poco gradito, fu interrotto da uno sconosciuto che portò una notizia che sapeva di burla, ma che burla non era: “Signora, vi volevo solo comunicare che avete vinto il Premio Nobel”. La Sanna immagina una incredula Grazia che, volgendosi a suo figlio, lo redarguì dicendo: “Impara a cucinare per te, figlio mi’, che mamma va a mangiare il salmone!”.
L’autrice ha saputo mettere in evidenza il lato ironico di questa donna, dal carattere, notoriamente, legnoso.
Silvia ci conduce in viaggio verso la Svezia. Grazia e Palmiro furono accolti da un’eclisse totale. Il buio, il freddo e la foschia, che avvolgevano Stoccolma, sembravano presagire quel male che la scrittrice, da qualche tempo, sapeva di avere.
Proprio in quella terra lontana, Grazia ritornerà, con la memoria, agli anni lontani della sua fanciullezza attraverso le domande di un giornalista inizialmente poco cortese.
La Sanna introduce l’argomento della presunta antipatia dei nuoresi nei suoi confronti e, soprattutto, dell’irrisione dello scrittore di Girgenti:
“Luigi Pirandello chiamerebbe vostro marito…” proseguì sfacciato, con un cenno del capo verso Palmiro, “… signor Deledda”.
Seguì un silenzio pieno di noia. Quante volte avevo dovuto affrontare quei discorsi insulsi…
“La devo correggere” dissi con pacatezza. “Pirandello chiama mio marito Grazio Deleddo”
Grazia non si scompone, rispondendo in maniera saggia, velatamente ironica, alle domande provocatorie.
Si denota, da parte di Silvia Sanna, uno studio approfondito dei testi e dello stile della Deledda. L’autrice ha saputo ricostruire fedelmente il tono, le espressioni e la maturità artistica della scrittrice sarda.
Il giornalista ascolta e annota i racconti, gli aneddoti di questa donna nata con “il vizio della parola scritta”, tradendo un fremito di emozione.
E così, racconta che i suoi compaesani iniziarono a guardarla in maniera più benevola quando sposò un istranzu, uno straniero, perché Palmiro era nato nel Continente. Si auguravano che quel matrimonio “avrebbe messo a tacere le mie voglie letterarie, ma così non fu”. Anzi, appena dopo le nozze, quasi per ironia, iniziò a scrivere “Dopo il divorzio”.
Era davvero così arduo da capire, per l’epoca, che una donna volesse scrivere? Tutto stava nella contraddittorietà dell’essere moglie, madre, massaia e… scrittrice.
Forse scriveva storie perché il suo ruolo in casa non era appagante?
“Al contrario degli uomini che, come mio padre, potevano raccontare di sé e degli altri in piazza, le donne avevano il compito di tramandare le leggende di madre in figlia, tra le pareti di casa, al riparo da altre orecchie”
Grazia aveva infranto le regole.
Silvia ci presenta la storia personale della Deledda non subito, ma verso la metà del capitolo quinto:
“Sono nata nel 1871… Sono la quinta di sette figli: Santus, Andrea, Vincenza, Grazia o Grazietta, che sarei io, Giovanna, Peppina e Nicolina. Nostra madre Francesca Cambosu, per tutti Chischedda, era di scorza dura come il granito… Nostro padre Antonio era spesso fuori casa e al rientro era troppo stanco per curarsi di noi. Nel tempo libero era un poeta estemporaneo”
I cantori si sfidavano in piazza con la poesia a bolu, al volo, a colpi di rima su argomenti assegnati al momento finché l’avversario non veniva ridotto al silenzio.
Silvia Sanna, nella conferenza stampa della Morellini, aveva parlato anche delle differenza di possibilità di istruzione per i maschi e le femmine. Mentre le bambine potevano frequentare solo fino alla quarta elementare e, per studiare un anno in più, la piccola Grazia ripeté quell’ultimo anno di scuola. I maschi, invece, potevano diplomarsi e laurearsi.
Sapete che la lettura, per le donne di quel periodo, era considerato peccato? Eppure, lei iniziò a leggere gli autori russi e quei romanzi le fecero capire che doveva e voleva scrivere.
Il successo letterario di Grazia, che, a soli diciassette anni, vide pubblicato un suo racconto, andò di pari passo con lo scherno e la gelosia nei suoi confronti e l’allontanarsi di alcune persone care. Ma perché, penserete voi?
Occorre calarsi nella mentalità degli anni ottanta del 1800. Si riteneva che soltanto chi aveva vissuto precoci storie d’amore potesse scriverne e raccontarle così bene come faceva la giovane Deledda. Nessun uomo avrebbe mai chiesto la sua mano per la vergogna. Sarebbe stata un’umiliazione per la sua famiglia.
“Dovetti andarmelo a cercare nella città più grande dell’isola, il marito, ed era persino un forestiero!”
Grazia racconta, attraverso la mano agile di Silvia, dei drammi legati ai suoi familiari e di quella “ragazzetta perduta tra i demoni della scrittura”. Rammaricava Grazia che le critiche nei suoi confronti fossero dirette a lei in quanto “donna sarda che scrive”.
Una scrittrice testarda, caparbia e libera come la sua terra. Una terra aspra e forte che ha saputo forgiarle il carattere.
Grazia, come una canna al vento, si è piegata ma ha sempre saputo risollevarsi più fiera di prima.
“Come il maestrale irruente di certi giorni d’estate, ho spazzato via le nuvole e sono arrivata in alto, dove nessuno voleva che arrivassi. Sarà stata la mia volontà di granito a spingermi furiosamente verso nuove vette… Così, da quando ho cominciato a scrivere con la pubertà che mi gonfiava il petto, non ho più smesso”
Si avverte, nella scrittura di Silvia, tutto l’amore e la passione per questa straordinaria scrittrice sua conterranea.
Ringrazio tanto la CE, Morellini Editore, per avermi inviato una gradita copia cartacea del romanzo “Grazia Deledda”.
5 stelle ⭐⭐⭐⭐⭐

Mi chiamo Alessia. Sono un’insegnante di matematica e inglese. Vivo in provincia di Pavia. Adoro leggere (soprattutto gialli), fare yoga e cucinare.