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Recensione: “Forte respiro rapido. La mia vita con Dino Risi” di Marco Risi, Mondadori

Forte respiro rapido. La mia vita con Dino Risi Book Cover Forte respiro rapido. La mia vita con Dino Risi
Strade Blu
Marco Risi
Narrativa, biografia
Mondadori
4 febbraio 2020
cartaceo, e-book
253

Un figlio, un padre, un redde rationem. Il figlio torna sui suoi passi, lungo il percorso in cui è diventato figlio, lungo le svolte che l'hanno liberato dal padre, e infine al sentiero solitario in cui è tornato al padre. Non siamo di fronte a un padre qualunque, e neanche a un figlio qualunque. Dino Risi è il regista che ha arricchito di storie, di emozioni, di immagini la cosiddetta "commedia all'italiana". Marco Risi è il giovane che ha sfidato il padre sul suo stesso terreno e si è aperto una strada sua. Si può essere figlio e sentire il padre anche come un maestro? Va da sé che il racconto finisce per accendere le luci in sala. Torna il cinema. Torna il grande cinema. Le relazioni, le battute fulminanti, becere e folgoranti, le amicizie, le conversazioni, Mastroianni, Fellini, e le donne, tante donne, leggendarie, un eros ossessivo che si snoda per tutta la ricognizione narrativa come una luce, come una magia, anche minacciosa. Dolente doppio del padre, si muove fra queste pagine un Vittorio Gassman inedito, sofferente e piegato su di sé. Ne esce una storia che sta fra l'epica (del cinema) e la commedia: si coglie presto come la vitalità del cinema fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta dipendesse da un clima di intesa, di coesione, magari anche di conflitto, ma tutti - tutti - erano sullo stesso palcoscenico. E in mezzo a questo sciamare di personaggi, di episodi memorabili, in mezzo a un'Italia che non c'è più, ecco lo spirito guida: il rapporto padre-figlio, e il venir meno dei padri, il morire, l'assenza. Qui c'è un padre che talora lascia la frase incisa nell'aria ("Non farlo, quel film"). E con la frase si incide un personaggio indimenticabile, severo e infedele, disincantato ed elegante. Un principe mordace. E nel rifluire di vicende, complici il caos della memoria e una straordinaria pulizia di affetti, emerge la semplice verità dell'essere vivi, o dell'esserlo stati.

“Mio padre non è mai stato severo, autoritario, pedante. Non è mai stato un buon padre e proprio per questo è stato un padre migliore.”

La magia del cinema è racchiusa in quell’attimo quando si spengono le luci in sala e una nuova realtà avvolge lo spettatore. Ma può accadere che lo stesso incantesimo scaturisca non dalle immagini di un film ma dalle pagine di un libro, come “Forte respiro rapido“, dal linguaggio lieve, scorrevole ma al tempo stesso forte perché sincero e traboccante di emozioni.

Perché il lavoro di Marco Risi non è un puntuale documentario sul regista de “Il Sorpasso”, ma una narrazione che cattura sin dalle prime righe e si sviluppa in un lungo piano sequenza (una tecnica che peraltro Dino Risi non amava particolarmente) non solo sulla figura del padre-regista, quel Dino Risi maestro della commedia all’italiana a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, ma soprattutto sul complesso significato della vita di un figlio accanto ad un padre famoso, un figlio, che, quasi fosse dietro alla macchina da presa, svela, sequenza dopo sequenza, molto di sé nella ricerca di un contatto con l’animo, verrebbe quasi da dire l’essenza, della figura paterna.

Una storia, quella di Dino Risi, che affonda le sue radici in una generazione che ha in comune il vissuto della guerra e che matura nell’Italia del boom economico, quando, misurandosi con una nuova mentalità,  deve anche affrontare nuove conquiste sociali. In questa Italia, Dino Risi che, da giovane si era laureato in medicina, vive, lavora come regista e crea film indimenticabili. Ed è proprio grazie alle sue opere che il filone della commedia all’italiana prende avvio, un genere che è sì commedia brillante, ma è anche satira di costume che veicola una sostanziale amarezza di fondo.

Proprio partendo da questo sottostrato filmico, il figlio Marco rivaluta il carattere di suo padre, un uomo, ironico, sarcastico, egoista, amante delle belle donne, capace di giocare con le parole, pur riconoscendone il peso ed il valore, un carattere che, stranamente, o forse non tanto, rispecchia gli elementi del genere cinematografico che l’ha reso famoso.

Dall’insieme di aneddoti, di lettere e scritti, di battute rapide e taglienti, emerge quindi la tensione del figlio che cresce misurandosi con il padre da cui deve affrancarsi, una figura affascinante e con il quale si misurerà seguendone il percorso, fino ad arrivare all’inversione dei ruoli “….e lui torna a essere lui quando io comincio a diventare – da figlio che ero – padre, mio padre, più di quanto non lo sia ormai lui.

Di cinema, comunque, è intrisa ogni singola pagina di “Forte respiro rapido”. Riga dopo riga si stagliano in controluce le figure di personaggi che sono state, e sono tuttora, icone della cultura popolare del nostro paese e proprio come personaggi di un racconto si muovono e interagiscono. Tognazzi, Sordi, Manfredi, ma anche Fellini, De Sica, e tanti altri “(I) Mostri” sacri sono coprotagonisti o semplici comparse in un caleidoscopio di scene e memorabili arguzie verbali, di momenti allegri e di tensioni. Emerge su questo palcoscenico, forse un po’ più degli altri, Vittorio Gassman che, dietro alla sua maschera di impareggiabile attore, scopriamo essere stato un uomo complesso, alle volte fragile, vittima della depressione, ma anche grande amico dei Risi a cui era legato da un rapporto molto forte non scevro di una bonaria e cordiale rivalità.

La bellezza di queste pagine, infine, prorompe anche nella capacità di far emergere quel pizzico di nostalgia per un mondo che è scomparso, travolto da tempi più frenetici e forse più anonimi.

C’è infatti un’atmosfera malinconica che scaturisce dalla narrazione dove fanno la loro comparsa luoghi che, da tempo, non esistono più; dove il modo di rapportarsi alla quotidianità è epitome di un’epoca più semplice e per questo forse più felice; dove il mondo di Cinecittà è un universo dell’immaginario collettivo frequentato da una pletora di figure, dalle comparse ai generici, e dove la lavorazione dei film, basata sulla creatività degli interpreti, risulta più artigianale ed artistica; dove sono numerose le piccole e grandi sale cinematografiche che proiettano film usciti anche parecchi anni prima e dove esiste un cinema con rituali ed usi ormai scomparsi e inimmaginabili per le nuove generazioni di spettatori.

Un’atmosfera solare quella dell’Italia degli anni ’50, ’60 e ’70 che, oggigiorno, in un momento così cupo, possiamo solo cogliere con rimpianto guardando quei film, come Il Sorpasso o I Mostri, o leggendo libri come “Forte respiro rapido“, dove anche scoprire il significato del titolo nelle ultime pagine commuove e fa riflettere, come accade guardando le ultime scene dei film più belli, prima che si riaccendano le luci in sala.

 

L’autore

Marco Risi nasce il 4 giugno 1951. Esordisce nel cinema nel 1982 con Vado a vivere da solo seguito da altre due commedie sempre con Jerry Calà. Con Soldati – 365 all’alba (1987) vira verso un cinema d’impegno civile che continua con Mery per sempre (1989) e Ragazzi fuori (1990), Il muro di gomma (1991) e Il branco (1994). Del 1998 è il grottesco L’ultimo capodanno tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Negli anni Duemila realizza, fra gli altri, Tre mogli, Maradona – La mano de Dios e Fortapàsc, sulle drammatiche vicende che hanno visto protagonista il giovane giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra.

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