Dove finisce l'infanzia
romanzo di fornazione
Tra le righe libri
giugno 2026
ebook, cartaceo
77
La Spezia, 1943. Per la piccola Adele, dieci anni, la guerra è una prigione fatta di fame, paura e solitudine. Chiusa in casa con i nonni, trova conforto solo nelle storie piene di speranza che il nonno le racconta per aiutarla a superare un presente sempre più grigio. L'8 settembre, l'annuncio dell'armistizio alla radio sembrerebbe portare un raggio di sole inatteso. La città si riversa in strada in un'euforia generale che fa credere che la guerra sia finalmente finita. Ma la gioia dura poco. La realtà dell'occupazione tedesca si abbatte sulla città con una violenza inaudita, trasformando La Spezia in un luogo di terrore e coprifuoco, una prigione a cielo aperto. L'innocenza di Adele viene spezzata per sempre. Non solo dalla brutalità dei nazisti, ma anche dalla scoperta che sua madre, Egle, ha scelto di unirsi ai partigiani, una decisione che la protagonista fatica a comprendere
Il tema della Seconda guerra mondiale, rappresenta da sempre uno sfidante banco di prova per chiunque decida di scriverne. È stato detto così tanto, eppure ci sono ancora degli spazi vuoti che potrebbero essere riempiti storie che non dovrebbero essere dimenticate e che abbiamo ancora bisogno di leggere.
“Dove finisce l’infanzia”, di Giulia Zannoni, pubblicato da Tralerighe Libri nel giugno 2026, nasce proprio da questa ambizione. Ho letto il testo due volte e sottolineato diversi passaggi.
È una lettura veloce, che porta via solo poche ore (77 pagine comprese quelle lasciate intenzionalmente bianche tra un capitolo e l’altro) che nasce dalla penna di una autrice con una consolidata esperienza nel campo dell’educazione e della formazione, come riportato in biografia.
Eppure…
Questo lavoro ha un obiettivo ambizioso, portarci nella testa di Adele una bambina che a giugno del 1943 ha dieci anni appena. Nell’introduzione, in maniera molto asciutta, Giulia Zannoni ci spiega l’ambientazione del racconto: siamo a La Spezia durante la Seconda guerra Mondiale tra esplosioni, sfollamenti e bunker antiaerei. Adele e la sua famiglia vivono lì, insieme al nonno, alla nonna e al cane Tobe.
Il punto di vista scelto dall’autrice è affidato ad Adele, che parla in prima persona. Se oggi potremmo azzardare a far parlare e pensare una decenne in maniera “adulta”, negli anni quaranta del secolo scorso era inconcepibile, non solo per il tipo di riflessioni fatte ma per come vengono esposte
La bambina che narra sa molto di più del suo personaggio: giudica, riassume e contestualizza gli eventi con una consapevolezza che appartiene a un adulto. Non stiamo leggendo Adele, con i suoi dieci anni, stiamo leggendo una bambina troppo matura per l’età scelta dall’autrice:
“gli adulti che dovrebbero proteggermi mi hanno tolto l’infanzia… nonostante io stia vivendo tutto questo proprio come loro non mi sia concesso di sapere… io che sto vivendo troppo per i miei anni”
Questi sono alcuni passaggi del testo. Adele non ha dieci anni. È troppo consapevole, troppo attenta e matura “non è così che ho immaginato di andarmene”, dichiara.
Se è stata la guerra a renderla così, l’autrice non riporta l’arco evolutivo del suo personaggio principale, quell’evoluzione rimane quasi del tutto fuori scena. Prova a farvi accenno solo alla fine del racconto:
“Io non ero così. Ero una bambina sorridente e ottimista… Ma mi sono resa conto che, continuando ad essere forte per tutti, ho dimenticato di abbracciare me stessa e così mi sono persa”.
La madre, il padre, il nonno e la nonna, sono figure che entrano in scena senza mai prendere davvero corpo. Il padre è in guerra a combattere, come chiarirà la stessa Adele a pag. 70 “mia mamma vuole forse combattere come papà? Mi manca papà” eppure a pag. 48 leggiamo “sussurra mio nonno ai miei genitori”.
Il testo è davvero ambizioso per il punto di vista scelto e per il tema affrontato, ma il problema è la distanza con cui l’autrice ci mostra le singole scene.
Il lettore è sempre nel cuore della scena, senza mai accompagnare davvero la protagonista, da cui avverte un forte distacco. Non c’è alcuna progressione emotiva di Adele, è sempre troppo piccola per pensieri così grandi.
Durante la lettura ho immaginato lo stesso racconto affidato a una Adele più matura, che ripercorre la propria infanzia molti anni dopo, questo avrebbe permesso ai lettori di vivere insieme a lei quelle giornate di terrore e avrebbe lasciato alla protagonista il tempo e la giusta distanza per elaborare quello che ha vissuto.
Ho chiuso il libro con questa sensazione: quella di osservare ogni scena dall’alto, abitando lo sguardo di una protagonista diversa da quella scelta dall’autrice.
“Dove finisce l’infanzia” lascia l’impressione di una occasione non pienamente centrata, una storia che aveva tutte le premesse per emozionare ma che resta solo sulla carta.
A sostegno del mio giudizio c’è anche il fatto di aver riscontrato diversi refusi oltre ad eventi storici con una collocazione spazio temporale non chiara. Sottolineo anche, a giustificazione delle mie due stelle, che un’intera pagina è composta da negazioni e domande: mi è venuto un dubbio…
Inoltre se l’autore sposta cronologicamente degli avvenimenti sarebbe opportuno, se non necessario, che venisse esplicitato in un’annotazione a fine testo
Gentile Romina Attianese,
grazie per il tempo e l’attenzione dedicati alla lettura e all’analisi approfondita di Dove finisce l’infanzia.
Accolgo volentieri il confronto critico e ci tengo a condividere la prospettiva con cui è nato il romanzo. La scelta della voce di Adele non intendeva ricalcare la forma ingenua di un diario, ma dare corpo a un monologo interiore ed emotivo.
Davanti all’orrore della guerra e allo sradicamento dei rifugi, i bambini sviluppano spesso una dolorosa iper-maturazione e una lucidità precoce dettata dalla necessità di adattamento. La lingua curata e le scelte stilistiche, compresa la pagina scandita da dubbi e negazioni, nascono proprio per restituire il cortocircuito psicologico del trauma: dare voce letteraria a ciò che un bambino sente e subisce nel profondo, nel punto esatto in cui la sua infanzia viene spezzata.
La ringrazio inoltre per avermi segnalato la svista sul refuso, di cui prendo assolutamente nota. La divergenza di opinioni arricchisce sempre il dialogo attorno a un testo, e vi ringrazio per lo spazio che avete voluto riservare al libro.
Un cordiale saluto,
Giulia Zannoni