Donne di Gesso
Narrativa
Ensemble
1 ottobre 2019
Cartaceo E-book
166
A Gesso, nell'entroterra abruzzese, gli abitanti del buio si chiamano "Quelli della buona sera". Entrano nelle case attraverso le porte chiuse, accendono i fuochi nelle aie, rovinano i raccolti, sottraggono i bambini appena nati dalle culle.
A sedici anni Carmina è già una donna, accudisce i fratelli, dà una mano agli uomini nei campi, e sa che deve tenersi lontana da "Quelli della buona sera". Dell'amore ha un vago presentimento, ma non ne ha mai sentito parlare, e manco se l'aspetta più, da quando ha deciso che l'uomo che le avevano detto di prendersi non faceva per lei. Da allora, quando la sera va a prendere l'acqua, i suoi compaesani chiudono le porte mentre passa, come se fosse una strega pure lei.
Ma il tempo, anche quello immobile della campagna, può essere così lungo da seppellire le chiacchiere; e il tempo di Carmina è destinato a contare tante stagioni, quelle del riposo e quelle della fatica, quelle della guerra e quelle del ritorno a casa, dai primi del Novecento agli anni Settanta.
“Gesso era come un viandante coperto da un mantello di boschi. Svettava come un giovane spavaldo in mezzo alle colline, con il suo campanile e le case arrampicate intorno, ma i suoi fianchi erano insicuri come quelli di un vecchio” – “Donne di Gesso” di Valeria Masciantonio
Carmina, sua figlia Antonietta e la nipote Giuseppina appartengono a generazioni diverse, ma hanno molto in comune. Non si tratta tanto del legame di sangue che le unisce, ma piuttosto del medesimo senso del dovere, dell’umiltà e della dignità che le caratterizza. Purtroppo anche il credere nelle stesse superstizioni, delle quali tutto il paese parla. Vivono a Gesso, situato nelle campagne abruzzesi. Ogni volta che accade una disgrazia, si attribuisce la responsabilità a “quelli della buona sera”, creature malefiche pronte ad impossessarsi dei bambini altrui per poi restituirli dopo averli sottoposti a stregoneria, condannandoli ad una morte prematura. Le donne più cupe e stravaganti del paese potrebbero esser parte di “quelli della buona sera”, quindi evitate da tutti in quanto foriere di guai.
“La felicità, per lei, sarebbe stata sempre l’altra faccia del dolore, il tempo non si poteva fermare e i momenti di gioia sfumavano troppo presto, trasformandosi sempre, per qualche ragione sconosciuta, in motivi di dispiacere“
È difficile essere una donna a Gesso. Le giornate sono scandite dal duro lavoro nei campi, si devono affrontare con atteggiamento remissivo per non dar adito a chiacchiere. Occorre sperare in un matrimonio perché le zitelle sono malviste e chissà… forse additate come streghe.
Carmina aveva provato a sottomettersi ad un fidanzato prepotente e alla futura suocera autoritaria, ma il suo amor proprio aveva avuto la meglio. Aveva deciso che era preferibile subire le chiacchiere malevole dei compaesani e riprendersi la sua libertà. La sua pazienza e silenziosa sofferenza l’avevano premiata; era riuscita ad incontrare il vero amore, sposarsi con lui riguadagnandosi il rispetto di tutti.
Anche la figlia Antonietta aveva rotto il suo fidanzamento per orgoglio. Ragazza forte, grande lavoratrice, pilastro della famiglia, non si era voluta piegare ai voleri di un uomo che non stimava. Incurante della propria reputazione compromessa, aveva scelto la solitudine. Poi, proprio quando non ci sperava più, le si prospettava un buon matrimonio con un vedovo padre di due figlie. Così, tra le tante difficoltà, anche lei riusciva a costruirsi una sua famiglia.
Dall’unione tra Antonietta e il marito, nasceva Giuseppina. Una volta cresciuta, anche lei si ritrovava nella stessa situazione della nonna e della madre. Respingere un fidanzato geloso e possessivo, indegno di lei. Una giovane così bella, ingenua e di buon cuore non fatica certo a trovare il vero amore.
“I sogni erano sempre stati la consolazione della sua vita, l’unico antidoto contro la paura del tempo” – Donne di Gesso
La narrazione è molto scorrevole; si divide in tre parti, in quanto tre sono le protagoniste. Si inizia con la storia della capostipite, ambientata a Gesso. Poi prosegue con le vicende della figlia, spostandosi alle Calavrisi, altro paesino dell’entroterra abruzzese. L’autrice compie una digressione, spostando l’attenzione verso un’altra famiglia, quella del futuro marito di Antonietta per inquadrarne meglio il destino. Infine, si dedica la terza parte a Giuseppina, l’ultima donna della stirpe, tornando a Gesso. Una sorta di saga famigliare tutta la femminile.
Si pone in evidenza la condizione delle donne nelle piccole comunità rurali arretrate, dagli anni Quaranta fino agli anni Settanta. Il tema centrale è la superstizione profondamente radicata in queste realtà. Un modo per la gente di provare a dare una motivazione a cose che non ce l’hanno. Per spiegare eventi drammatici inaccettabili.
Le protagoniste di “Donne di Gesso” sono ben caratterizzate e piuttosto verosimili. Il linguaggio narrativo appare semplice e fluido. Il ritmo concitato grazie alla capacità dell’autrice di riuscire mantenere costante l’interesse del lettore per le vicende dei personaggi. Il finale ci regala un colpo di scena inaspettato.
“Aveva un odore di vita che la stordì”
“Donne di Gesso” è una lettura appassionante, coinvolgente e insolita. Le figure femminili sono interessanti e predominanti. Chi non conosce le antiche comunità rurali, è magari portato a giudicare le loro credenze come pura pazzia. Per quanto mi siano apparse assurde, al di fuori di qualsiasi realtà e frutto di scarsa informazione, non mi sono permessa di giudicare le protagoniste di questo romanzo. Alla fine, dando credito alle superstizioni, facevano male solo a se stesse. Quando qualcuno si ammalava, interpellavano il medico prima di cercare altre soluzioni.
Le loro credenze, non erano altro che un modo per poter motivare disgrazie inaccettabili. Magari presagi che si sentivano dentro e non si trattava di premonizioni. Era semplicemente istinto materno; la ricerca di soluzioni alternative, la fiducia in coloro che chiamavano “fate”, erano modi per non sentirsi inerti di fronte all’inevitabile. Certo, nessuno di noi si affiderebbe mai a tali pratiche in quanto prive di fondamento e, a mio avviso, è sbagliato farlo. Ma qui si parla di un’epoca diversa, di piccoli paesi di campagna dove era diffuso l’analfabetismo. Le persone raramente uscivano dai confini del paese e lavoravano perlopiù nei campi. Quindi si relazionavano esclusivamente tra loro. Le donne, poi, avevano una vita ancor più dura; non c’era nulla che le distraesse dal gravame delle responsabilità quotidiane. Ho sicuramente provato perplessità di fronte alle loro convinzioni, ma anche tenerezza per la loro ingenuità e tristezza per la loro condizione.
Voi avete qualche superstizione nella quale credete o c’è qualche gesto scaramantico che mettete in atto in determinati momenti?