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Recensione: “Priestdaddy. Mio papà, il sacerdote” di Patricia Lockwood, Mondadori

Priestdaddy. Mio papà, il sacerdote Book Cover Priestdaddy. Mio papà, il sacerdote
Patricia Lockwood
Autobiografia
Mondadori
25 agosto 2020
cartaceo, ebook
310

Padre Greg Lockwood è diverso da qualsiasi prete cattolico abbiate mai incontrato: circola per casa con i boxer, adora i film d'azione (con molta, moltissima azione), il suo frequente accanimento su una chitarra elettrica genera un rumore simile a quello di "un'intera band che muore in un incidente aereo nel 1972". Sua figlia Patricia è una poetessa non esattamente ossequiosa, che da un bel pezzo ha abbandonato la retta via della Chiesa. Ma quando una crisi inaspettata la costringe a tornare insieme al marito nella canonica dove vivono i suoi genitori, questi due mondi inevitabilmente si scontrano.

Patricia Lockwood non racconta solo momenti emblematici della sua infanzia e adolescenza (da una maldestrissima battuta di caccia in famiglia a una manifestazione antiabortista davanti a una clinica che si conclude con l'arresto del padre, al suo coinvolgimento in una specie di culto frequentato da un gruppo di giovani cattolici), ma anche gli otto lunghi travagliatissimi mesi che lei e suo marito hanno trascorso nella casa dei genitori dopo un decennio di vita indipendente, mesi nei quali Patricia ha cercato di educare a modo suo un seminarista che viveva con loro nella canonica, ha cercato di spiegare i riti arcani tipici del cattolicesimo al marito sconcertato e - insieme alla madre - si è imbattuta in una sostanza misteriosa su un letto d'albergo.

Saltando con estrema nonchalance dal volgare al sublime, dal comico al profondo, al poetico, "Priestdaddy" dipinge in modo divertente un'educazione religiosa molto sui generis e l'equilibrio quanto mai precario tra un'identità conquistata a duro prezzo e il peso della famiglia e della tradizione, ma finisce per essere soprattutto un ritratto dell'America di oggi, così profondamente divisa nell'intimo, così dilaniata al proprio interno, così anarchica e vitale.

“Per me sei come un libro aperto” mi diceva sempre mio padre quando ero piccola, ed era tale l’imbarazzo di quella sensazione, dell’essere trasparente agli occhi di Dio e di tutti, che per molto tempo rinunciai a qualsiasi forma di autobiografia. Come potevo essere sicura di dire la verità su di me quando lui sosteneva di conoscermi meglio di me stessa? Come potevo affermare qualcosa con assoluta certezza, tipo se mi piaceva una certa canzone, o se volevo alzarmi e andare a fare due passi, o anche solo se avevo fame o sete? Non mi sentivo una bugiarda solo quando qualcuno mi chiedeva cosa facessi e rispondevo che scrivevo, e così la mia identità diventò come una di quelle lettere enormi ricoperte d’edera che aprivano i manoscritti miniati”

 

Dopo aver pubblicato due raccolte di poesie e contribuito a prestigiose riviste come il New Yorker, Patricia Lockwood si è presentata al grande pubblico con Priestdaddy, un memoir particolarissimo, perché particolarissima è la sua famiglia e la sua storia.

Dopo che al marito è stata diagnosticata una grave malattia agli occhi che richiede cure molto dispendiose, di gran lunga superiori alle loro possibilità, Patricia e Jason vengono accolti dai genitori di lei per trascorre nove mesi, quasi un periodo simbolico, per rimettersi in sesto e ricominciare una nuova vita.

È qui, nella casa dei genitori, la canonica della chiesa, che Patricia inizia a ricordare e appuntare episodi della sua vita passata quando ancora viveva con i genitori e i due fratelli e le due sorelle. Mentre è impegnata a introdurre il marito ai misteri della chiesa cattolica, inizia a reinserirsi nel tessuto e nella storia famigliare dove la figura catalizzatrice è sicuramente quella del padre, Greg Lockwood. Una figura a dir poco fuori dal comune, poiché dopo essersi sposato e essersi arruolato in marina, mentre è rinchiuso in un sottomarino nucleare guardando il film l’Esorcista, realizza di avere la vocazione e decide di vestire l’abito talare. Greg Lockwood diventa quindi un prete cattolico, grazie a una scappatoia tra le rigide regole della chiesa in materia di celibato dei sacerdoti:

Ecco come funziona: quando un ministro sposato di un altro credo si converte al cattolicesimo, può richiedere a Roma una dispensa per diventare un prete cattolico sposato. ….. (La pratica di mio padre venne approvata da Joseph Ratzinger, …)

La vita della famiglia è quindi un’esperienza unica per i giovani Lockwood, scandita da messe e opere di bene, mentre vivono nelle canoniche delle chiese dove il padre “lavora”, spostandosi nelle città più difficili del Middle West americano.

Per Patricia, però l’uomo Greg Lockwood non è solo un padre-prete, ma una figura eccentrica con la quale condivide alcune affinità fisiche e interiori, e che descrive con affetto mascherato da ironico distacco: un uomo-padre-prete sui generis che ama la sua nudità e gira in mutande per casa, adora i film d’azione e strimpella le sue chitarre elettriche, ma che rimane pur sempre fermo nella sua missione tanto da non tirarsi indietro quando c’è da protestare, accompagnato dalla famiglia, davanti ad una clinica dove si pratica l’aborto.

È un uomo che nella sua particolarità potremmo definire tutto d’un pezzo e che trova nella madre di Patricia, la sua forza e il suo complemento. La moglie infatti è una sorta di bilanciere per i moti oscillanti del vulcanico marito. Cattolica convinta, è sempre presente accanto ai figli, preoccupata che qualche catastrofe, malattia o pericolo attenti alla vita dei suoi cari, ma ama l’uomo che ha sposato e, nella sua funzione di madre, amplifica le idiosincrasie dei rapporti famigliari.

Leggere Priestdaddy, scritto peraltro con un linguaggio frizzante ironico e divertente, non significa solo scoprire una serie di aneddoti sulla strana infanzia e adolescenza dell’autrice, ma si rivela anche un profondo e consapevole esame dell’impatto che crescere in una famiglia immersa nella religione ha avuto sulla sua vita di adulta, sulle sue scelte, ma soprattutto sulla sua capacità di usare in modo introspettivo le parole.

La Lockwood, che dalla Chiesa si è allontanata quando ha deciso di seguire la sua strada, riesce con questo memoir ad esplorare la sua intima relazione con la religione e a chiedersi cosa sia veramente la fede quando questa è così intrecciata alla vita famigliare.  Allo stesso tempo però diventa chiaro che proprio questo l’intreccio le ha permesso di aprirsi alla vita con altri occhi e le ha dato la possibilità di esprimersi attraverso le sue creazioni poetiche.

Quando il patriarca della tua famiglia è un prete, può essere difficile stabilire cosa riguardi la Chiesa e cosa no. Assistendo a questo rituale sono quasi costretta a distogliere lo sguardo, ripensando a quanto sia straniante e autolesionista osservare un’infanzia religiosa dall’ esterno dopo averla vissuta in prima persona.

È proprio nelle parole, soprattutto nel linguaggio proprio dei Lockwood, un vero e proprio lessico famigliare, che Priestdaddy diventa un libro unico nel suo genere, una fotografia particolare, quasi una poesia, della vita come può essere vissuta solo in America in una famiglia fuori dall’ordinario, ma anche un tributo ai sentimenti d’amore e ai rapporti unici che legano una figlia ai propri genitori.

L’autrice

Patricia Lockwood è nata a Fort Wayne, nell’Indiana, ed è stata educata e cresciuta nelle peggiori città del profondo Middle West americano. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Balloon Pop Outlaw Black e il premiatissimo Motherland Fatherland Homelandsexuals. Ha scritto su “The New York Times”, “The New Yorker”, “The New Republic” e “London Review of Books”. Vive a Savannah, in Georgia.

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