Di luce e polvere
Romanzo
Iperborea
26 marzo 2025
cartaceo e-book
224
"Mozi" recita l'insegna di un edificio abbandonato in un paesino dell'Ungheria. Significa "cinema" e cattura lo sguardo della narratrice di questa storia. Straniera in viaggio nella vasta piana ungherese, che appare come una terra incantata di orizzonti infiniti e nostalgia, non resiste all'impulso di comprare il cinema in disuso che è stato un tempo il centro vitale del villaggio. E ricostruendo la storia romantica e leggendaria dell'uomo che lo aprì nel dopoguerra, lo rimette in funzione con l'aiuto di personaggi degni dell'impresa donchisciottesca come Jòzsi, l'ex proiezionista ora meccanico di biciclette, e la moglie Ljuba, che di lui si innamorò quando un fulmine interruppe la proiezione del suo film preferito. Così il dimenticato Mozi riprende vita, con un accurato programma d'autore per un pubblico pressoché inesistente, con le foto incorniciate delle stelle del passato e il glorioso diploma vinto a un concorso socialista del 1975, con le pellicole recuperate per i suoi imponenti proiettori novecenteschi e il loro prodigioso fascio di luce.
“Più la privatizzazione di tutte le esperienze divora la vita, più appare fiabesco un luogo in cui l’esperienza del vedere era collettiva” da “Di luce e polvere” di Esther Kinsky
“Di luce e polvere” è la storia di una donna che è da sempre affascinata da quello che la circonda. Questo perché reputa che ogni individuo faccia della medesima realtà un’esperienza diversa. Durante un viaggio nella vasta piana ungherese, rimane rapita da un edificio dal nome significativo: Mozi. Si tratta di un cinema in disuso e in stato d’abbandono. La donna decide di ridargli vita e lo riapre con l’aiuto di alcuni pittoreschi personaggi, ex dipendenti di quello stesso cinema. Insieme ricostruiranno la storia di colui che lo aprì nel lontano 1927.
“Il vedere, il come-vedere più che il cosa-vedere, diventava una decisione” da “Di luce e polvere”
La narratrice non ha un nome. Non ci parla molto della sua vita privata, ma ci fa capire di essere una persona colta e mentalmente aperta. E’ curiosa, le piace conoscere la storia delle persone che incontra e dei luoghi che visita, siano essi edifici o paesi. Si esprime attraverso un linguaggio ricco, dai toni quasi lirici, nel descrivere esperienze visive e sensoriali in generale.
Si tratta di una narrazione molto descrittiva, densa di riflessioni personali dai tempi che si dilatano lentamente. Ci da una visione ampia del paesaggio circostante, della vita dei personaggi e di com’è proseguita dopo la chiusura del cinema. Il ritmo di lettura è flemmatico, la narrazione si polarizza sull’esperienza umana dei luoghi, sulla memoria e sul ricordo. Molte riflessioni, pochi dialoghi ed eventi.
“Avevi la tua sedia, potevi ridere e gli altri con te, e a volte le donne piangevano anche, funzionava così, il film servono anche a questo.”
Attraverso la storia del cinema “Mozi”, si parla anche dei cambiamenti della società, dal 1927 ai giorni nostri. A quando il cinema non era solo una sala dove si guardava un film. La presenza contemporanea di differenti solitudini che venivano condivise in silenzio, ma anche di esperienze visive diverse aventi per oggetto le stesse immagini. E di esse si parlava dopo, insieme all’uscita. Un bisogno che univa gli spettatori. Il progresso invece, ha portato alla privatizzazione di queste esperienze che si possono fare anche nel salotto di casa propria e spesso in solitudine. Si parla anche di un pezzetto di storia dell’Ungheria del dopo guerra, della fame e delle rivolete dei lavoratori.
I personaggi sono tutti legati al “Mozi”, a partire dal suo iniziatore: Deursch Laszo, detto Laci. Un giovane elegante con una formazione commerciale e un lavoro presso un rivenditore di legno. E’ affascinato da tutto ciò che è movimento, ma anche dalle immagini. Le prime che lo colpiscono sono foto di attrici del cinema che vede nella vetrina di un fotografo e gli sembrano stupende. E’ uno che sa guardare lontano e che desidera realizzarsi in qualcosa che lo stimoli e lo appassioni.
“Per un istante aveva potuto appoggiare la mano sul proiettore vibrante e aveva pensato: il tremore della vita” da “Di luce e polvere”
Troviamo anche altri personaggi marginali come Joszi, ex proiezionista e attuale meccanico di biciclette che quando ne cavalca una assume un atteggiamento alla “Easy rider”, forse perché gli anni passati a proiettare storie fantastiche l’hanno reso sognatore. La moglie Ljuba, conosciuta proprio al Mozi, una donna dall’aspetto atletico e prestante, ma che di fianco al marito si ingobbisce, forse per un eccesso di deferenza o per affetto. E Jurika, ex ginnasta e braccio destro di Laci, la donna alla quale il paese stava stretto, ma non sapeva come lasciare il suo socio, aveva bisogno di una maggior sicurezza e di una vita più ordinaria che ha trovato nel matrimonio con un funzionario delle Poste.
E’ una narrazione che ha l’armonia di una ballata lenta. Un linguaggio elegante e forbito, a tratti poetico. Chi ama l’azione e il colpo di scena, potrebbe non apprezzare questa lettura. Per chi invece desidera immergersi nelle atmosfere d’altri tempi, in panorami bucolici e languidi, la bella scrittura e le riflessioni profonde, allora è il romanzo giusto!
“… si erano radunate un’infinità di farfalle bianche, che si alzavano e si abbassavano in volo su quel rimasuglio d’umidità, e ondeggiavano e restavano sospese nell’aria, in congiunto ossequio a una legge che seguiva un ritmo imperscrutabile, impossibile da esprimere a parole”
Meglio il cinema o il televisore del salotto di casa vostra? Esperienza collettiva o privata?