C'ero e non c'ero. Repertorio di epitaffi pronto uso
Singolo
Romanzo di formazione - Raccolta - Poesia
Infinito edizioni
14 novembre 2025
Cartaceo
168
Da qualche tempo vengono a farmi visita i morti. Di solito accade al mattino, in bagno, mentre sono indaffarato a rendere presentabile la mia carcassa terrena. Per questo, da un certo tempo, al mattino vado in bagno col necessario per annotare le loro parole, prima che svaporino, abbagliate e dissolte dalla prepotente luce del giorno. Non li vedo, i morti. Non vedo immagini, larve e neppure ombre. Sento solo le loro voci, come dei soffi, raschiamenti, rochi sussurri che fendono le nebbie della mia mente assonnata e prorompono di colpo alla coscienza in forma di singole parole, mezze frasi, a volte perfino interi versi già pronti per essere appuntati sul mio taccuino. Sono messaggi che assumono la forma di epitaffi funebri, musicali, a volte rimati. Epitaffi concepiti da ognuno per se stesso, forse esalati in quei pochi secondi alla fine della vita su questa terra. Io, quasi fossi il "nodo" finale di questa misteriosa forma di comunicazione, mi limito a convertire questi epitaffi provenienti dall'altro mondo.
“Senza tanti preamboli…”
“C’ero e non c’ero. Repertorio di epitaffi pronto uso” non è “solo” un libro sulla morte: è una riflessione sulla vita, più precisamente un “inno” alla vita.
Un invito a viverla appieno, a goderne, assaporarne ogni goccia, non da parassiti opportunisti, ma con coscienza, consapevolezza e responsabilità.
“Quando ero vivo amavo dormire molto a lungo, mi crogiolavo sotto le coltri fino a tardi,
godevo come un porco, mi alzavo a giorno fatto riprovato da tutti:
ma come fai a marcire tutto il tempo a letto?
E non riesco a capire perché adesso che posso marcire a mio piacere non provo più diletto.”
Roberto M. Polce con ironia e crudezza racconta come spesso l’uomo sia incapace di capirsi. E lo capisce quando ormai non c’è più la possibilità di rimediare, perché la morte gli ha fatto visita.
“Che beffa, l’esistenza: c’era sempre qualcosa da fare con più urgenza e tempo non ce n’era mai abbastanza. E adesso che avrei tempo da buttare, non c’è più niente da fare”
È un’opera che fa riflettere e sorridere, ma di quei sorrisi amari.
Talvolta fa arricciare il naso, perché la cruda verità indispettisce.
“Mentre mi dipartivo erano tutti disperati,
in un gran piagnucolio ripetevano: sempre vivo sarai fra noi,
che di bene te ne vogliamo un sacco, riposa in pace, addio!
sarà breve il distacco, non cadrai nell’oblio,
ci rivedremo presto e staremo sempre insieme…
… Di tempo ne è passato, ho aspettato, ho aspettato, e non ho visto nessuno.
O sono tutti eterni, o mi hanno fregato.”
Cosa succederebbe se i defunti potessero, come nel racconto ‘la morta’ di Guy de Maupassant, uscire dalle tombe per incidere sulle loro lapidi la vera, crudele verità sulla loro vita, rivelando le ipocrisie dei vivi. Declassando e neutralizzando quelle preconfezionate che si è soliti fare incidere?
Roberto M. Polce, grazie alla sua creatività spiazzante e dirompente, in “C’ero e non c’ero” porta il lettore a riflettere su ‘quel che può succedere’ quando si finisce là sotto.
Tutto inizia così:
“Da qualche tempo mi fanno visita i morti. Di solito accade al mattino, in bagno, mentre cerco di rendere presentabile la mia carcassa terrena.”
I morti non li vede, ma li sente. Ne percepisce le voci come soffi, rochi sussurri. Sono epitaffi funebri sotto forma di singole parole, mezze frasi, talvolta interi versi già pronti per essere trascritti.
È esattamente ciò che accade durante la lettura.
Questo libro non si legge: si sussurra. Polce ammalia il lettore componendo versi che s’insinuano come nenie e filastrocche.
E restano. Eccome restano!!
La musicalità e il ritmo sono ciò che, scopre lo scrittore, piace ai morti. Amano la poesia musicale, con metri, rime, allitterazioni e assonanze. E’ poesia!
In questo strano scambio comunicativo lui fa da tramite. Si definisce un “modem” che converte in segnali analogici. Lui scrive, senza potersi sottrarre, sussurro dopo sussurro. Avete presente i primi modem 56k analogici, che si agganciavano alla linea telefonica emettendo quel caratteristico rumore stridulo?
Ecco, mi sono immaginata Roberto, sul water di casa sua. Ebbene sì, i morti gli parlano quando lui è proprio lì sopra.
“Forse perché in quel momento sono – per così dire – completamente spalancati gli accessi che mettono in comunicazione il mondo di sopra con quello di sotto, il mondo brulicante e sberluccicante del vivi con l’orripilante, rivolante mondo in decomposizione dei morti.”
Il fatto è che i trapassati sembrano aver preso coscienza e aver sentito il bisogno di comunicare ai vivi le loro riflessioni avendo ormai abbandonato ogni zavorra di convenienze e gettato la maschera. Ora vedono con estrema lucidità e sincerità.
“Ne deduco che, componendo attraverso la mia persona i loro epitaffi, questi morti mi abbiano tacitamente autorizzato a diffondere le loro estreme riflessioni, queste laconiche sintesi del loro passaggio su questa terra affinché gli altri, quelli ancora in vita, quelli che in queste riflessioni potrebbero e saprebbero riconoscersi, ne traggano insegnamento per “aggiustare” le loro esistenze finché sono ancora in grado e capaci di farlo.”
Io normalmente cerco di tenere il tema della morte a distanza. Mi fa paura, Mi angoscia e solitamente ci giro intorno ricoprendola di silenzi.
Roberto Polce fa l’esatto opposto. La lascia parlare, o meglio, sussurrare. E sbatte in faccia a tutti la meschinità, l’ipocrisia e i vari scheletri nell’armadio.
“Crudelissima é la legge del contrappasso.
In vita guardavo tutti dall’alto in basso.
E ora che mi sono impantanato quaggiù mi trovo condannato a una pena atroce:
a dover guardare tutti da sotto in su.”
Allora cerchiamo di vivere davvero, finché si é in tempo. Perché siamo creature uniche e irripetibili, e questo, secondo me, dovrebbe bastare per essere felici.
I plus di “C’ero e non c’ero” sono le illustrazioni che accompagnano questa raccolta, nate da una collaborazione con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Danzica. Sono originali, innovative e curate. I ragazzi hanno saputo tradurre in segno grafico l’intensità degli epitaffi.
Questa lettura mi ha caricato, lasciandomi addosso una forte energia positiva.
Concedetevi un’oretta per leggerlo: ne vale la pena!

Ciao! Mi chiamo Ivonne, sono sposata con Francesco e mamma di tre splendide figlie. Amo i bambini (infatti sono un’insegnante d’infanzia), la corsa e… ovviamente i libri.
Non ho un vero genere preferito, anzi, mi piace spaziare fra i vari generi anche se m’incuriosiscono di più i fantasy, i romantasy, i thriller psicologici, il gotico, l’horror… e sono anche una gran lettrice di manga giapponesi.
“Leggere è nutrire l’anima”.