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Recensione: “Capitano della mia anima” di Gianmaria Spagnoletti, La Compagnia della Stampa

Capitano della mia anima Book Cover Capitano della mia anima
Gianmaria Spagnoletti
narrativa, biografia
La Compagnia della Stampa
2019
Cartaceo
152

La prima impresa della vita è nascere. La seconda è sopravvivere. Questa è la storia di Peter, un “giovane dei nostri tempi” che, appena dopo esser venuto al mondo ha il suo primo “incontro con la morte”: una circostanza fortuita imprime alla sua vita una svolta imprevista che la segnerà per sempre. E Peter si troverà per sempre a fare i conti con un corpo che a fatica gli ubbidisce: non può correre, non può saltare, ogni movimento gli costa uno sforzo incredibile.

È un problema, quello del limite fisico, che inizialmente lo abbatte, ma poi diventa la sua sfida, educandone la forza di volontà nella vita, nello sport, nell’amicizia e nell’amore. Senza farsi fermare dagli inevitabili fallimenti, Peter riesce nell’obiettivo di far diventare quell’ostacolo una risorsa che lo rende più forte e determinato persino dei cosiddetti “normali”. Senza curarsi del giudizio degli altri, Peter cerca di trovare il suo limite per superarlo. E riesce a dare un senso anche al suo corpo “storto”, a quell’incidente senza un “perché” che lo ha reso imperfetto.

“… tuttavia quella che di solito chiamiamo ‘normalità’ la confondiamo con la ‘consuetudine’, cioè con quello che siamo abituati a vedere nella vita di tutti i giorni. Nulla di offensivo, in fin dei conti. Ma il peggio che si possa fare è usare questo criterio di ‘normalità’ e gettarlo addosso alle persone per emarginarle”

 

Questo romanzo comincia con una nascita, quella del piccolo Pietro, bimbo tanto atteso e amato dai suoi genitori ancor prima di emettere il suo primo vagito.

Cosa c’è di più bello della nascita di un figlio? Lo immagini, gli parli quando ancora non lo puoi tenere in braccio. Per lui sogni il migliore dei futuri possibili.

Tuttavia le cose non sempre vanno come ci si aspetta; basta poco perché la felicità venga messa a dura prova, e questo libro ce lo dimostra. Eh si, perché quella che leggiamo in queste pagine è una storia vera; di inventato c’è solo il nome del protagonista che, come l’autore stesso afferma in un’intervista rilasciata a New Entry magazine…

“[Peter] sicuramente è un mio alter ego, ma volevo anche che fosse “uno qualunque” per poter raccontare le esperienze della mia vita, ma in modo che qualsiasi lettore possa riconoscersi.

Pietro, in seguito ribattezzato Peter dagli amici, nasce prematuramente e si trova a lottare per la vita fin da subito, a causa dell’esaurimento della bomboletta di ossigeno dell’incubatrice che lo ospita. Per fortuna suo padre, vedendo il piccolo cianotico in volto, si rende conto che qualcosa non va. Allerta il personale medico e così facendo riesce a salvarlo.

Tuttavia, quell’ora di sofferenza causa seri problemi al bimbo, che non si manifestano da subito, ma diventano sempre più evidenti col passare del tempo.

“L’asfissia subita alla nascita aveva causato un impedimento che pregiudicava la naturale camminata… Il dottore capì che il danno inflitto dall’asfissia era limitato, e rassicurò i genitori che lo sviluppo intellettuale del piccolo sarebbe stato normale”

Nonostante tutto, Pietro cresce sereno, circondato dall’amore dei suoi genitori, dei suoi parenti, delle sue maestre.

Fin da piccolo, si rende conto di non riuscire a fare esattamente le stesse cose che fanno gli altri bambini della sua età, e comincia a chiedersi il perché di questo e di alcuni sguardi insistenti sulle sue gambe; le sue sono domande che comunque non influenzano lo svolgersi delle sue giornate, che passano felici. Forse lui non riuscirà a correre veloce come i suoi compagni di classe, però è il primo che impara a leggere e scrivere,  e di questo ne va fiero. E poi, quando torna a casa, lo accolgono le braccia di sua madre, gli incoraggiamenti di suo padre, i racconti dello zio Ettore e di suo nonno, i profumi e i sapori, che rendono speciale ogni infanzia. Cosa si può volere di più?

“Non tutto era rose e fiori ma, ogni volta che provavo una delusione, la famiglia si dimostrava immancabilmente un’ “isola felice” in cui trovare sostegno”

Ed è questa immensa mole d’amore che lo avvolge, unita alla sua grande forza d’animo, a dargli la forza e la voglia di mettersi sempre in gioco. Certo, la sua camminata claudicante e il suo cadere durante la corsa sono impedimenti da considerare, ostacoli da superare, ma non li considera insormontabili. Si ama e si accetta esattamente così com’è, non si sente diverso dagli altri se non nel modo in cui ognuno di noi è diverso, in quanto unico.  I limiti che il suo corpo gli mette davanti li supera con una grande determinazione ed è questo che gli permetterà di non arrendersi mai e di vivere una vita piena e soddisfacente.

“Ho imparato che ogni storia è “personalizzata”. Peter non è uguale a Tizio,Caio o Sempronio…Possono somigliarsi in qualcosa, ma ciascuno è unico e irripetibile. Nel corpo , ma anche nello spirito, dove ognuno ha trovato il suo modo di esprimersi, e le sue strategie per superare il proprio limite”.

Peter ha ascoltato la sua anima e l’ha seguita, riuscendo ad “acchiappare” i suoi sogni. Quanti di noi riescono a farlo?  Quanti si arrendono prima ancora di provare a fare qualsiasi cosa convinti di non farcela?

Davanti a questo libro, davanti alle sue parole, più di una volta mi sono sentita davvero piccola, e non, di certo, anagraficamente parlando. Quante volte mi sono lamentata, quante altre arresa di fronte a difficoltà che vedevo come insormontabili, quando l’unica cosa insormontabile era la mia bassa autostima.

E quante altre, davanti a persone con un deficit fisico di qualunque tipo, il mio primo pensiero è stato quello di aiutarle, di rendere loro più semplice ciò che si apprestavano a fare. “Che c’è di male?”, mi chiederete. Nulla… l’unica cosa che veramente non va bene è che, dinanzi a loro, abbia notato solamente quali sono le difficoltà che si trovano davanti, solamente il loro corpo e mai le loro ali.

Con Capitano della mia anima, Gianmaria Spagnoletti ci lascia un messaggio importante: ci fa capire che non dobbiamo pensare a ciò che ognuno di noi non può fare, ma ai traguardi che può raggiungere, mettendoci tutto se stesso.

Lui sa bene di cosa si parla. Sono i suoi primi trentacinque anni di vita che ci raccont,a facendo parlare Peter, le sue emozioni, sensazioni, i suoi pensieri e i suoi sogni. Perché forse Peter non potrà giocare a calcio come tutti gli altri, ma nessuno gli ha portato via i sogni e la tenacia. E a calcio giocherà non come gli altri, ma come Peter, e, come Peter, volerà con la mente e con il corpo; volerà il suo spirito, per vedere questo mondo con occhi senza bende, occhi in grado di apprezzare la vita e ogni dono che essa ci fa.

Se è vero che ogni uomo coltiva in sé un sogno di libertà. E che questo sogno può essere incarnato da un qualsiasi mezzo come una motocicletta, una bici….il mio era…rappresentato da un paio d’ali, che consentono di staccarmi per un po’ dalla terra e provare la meraviglia del vederla dall’alto, osservando il mondo da una prospettiva diversa”

Sahira

Sono emozione e di essa mi nutro trovando scialbo ciò che non colora, Sono emozione che con la penna divora il bianco candido di un libro vissuto…

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