Bianco è il colore del danno
autobiografia
Einaudi editore
2021
cartaceo
201
Qualche anno fa Francesca Mannocchi scopre di avere una patologia cronica per la quale non esiste cura. È una giornalista che lavora anche in zone di guerra, viaggia in luoghi dove morte e sofferenza sono all'ordine del giorno, ma questa nuova, personale convivenza con l'imponderabile cambia il suo modo di essere madre, figlia, compagna, cittadina. La spinge a indagare sé stessa e gli altri, a scavare nelle pieghe delle relazioni più intime, dei non detti più dolorosi, e a confrontarsi con un corpo diventato d'un tratto nemico. La spinge a domandarsi come crescere suo figlio correndo il rischio di diventare disabile all'improvviso e non potersi quindi occupare di lui come prima. Essere malata l'ha costretta a conoscere il Paese attraverso le maglie della sanità pubblica, e ad abitare una vergogna privata e collettiva che solo attraverso l'onestà senza sconti della letteratura lei ha trovato il coraggio di raccontare.
“Bianco è il colore del danno” è il racconto autentico ed intenso dell’esperienza di malattia nella vita di Francesca Mannocchi. Giornalista e scrittrice, attiva anche nelle zone di guerra, l’autrice apre questo libro con l’arrivo del diagnosi di sclerosi multipla, nel novembre del 2018, una malattia neurologica cronica.
Questa consapevolezza porta con sé uno sconvolgimento totale della sua vita.
“Ha ragione lui, la malattia ha smucchiato. Ora nella stanza è tutto fuori posto, i cassetti sono stati rovesciati: i ricordi, le abitudini, l’ordinario e lo straordinario, il superfluo e l’indispensabile, i progetti, la vita futura e quella passata, tutto è a terra.”
Il racconto prosegue mescolando vari episodi fra presente e futuro, i ricordi dell’infanzia sono intercalati da dubbi e paure del presente. si passa dai rapporti a volte complicati con i genitori fin dall’adolescenza, allo scontro con un sistema sanitario che fatica a prendersi cura del malato cronico.
Esiste nello svolgimento delle pagine una sua coerenza narrativa, anche se non corrisponde ad un ordine cronologico. La coerenza sta nel flusso di pensieri e riflessioni intime che fa l’autrice stessa ripensando alla sé del passato, del presente e del futuro. Seguire questo filo conduttore ti permette di connetterti con lei.
“In questi anni ho imparato che per mantenersi in equilibrio con l’infedeltà del corpo, provare a perdonarla, e accettare la malattia, si attraversano varie fasi. Bisogna attraversare il rifiuto e la collera, scendere a patti con l’ingiustizia, addentrarsi in una depressione cupa, e poi, se il pieno delle tappe precedenti si è svuotato, la persona può accettarsi per quella che è, o meglio per quella che è ormai: malata.”
Oltre alla storia della malattia, del corpo che cambia e nella malattia ti tradisce, del sistema sanità, l’altro grande tema che viene affrontato in queste pagine è la maternità. La malattia infatti si è manifestata subito dopo la nascita del figlio e questo ha inesorabilmente intrecciato le due esperienze.
Anche in questo caso l’autrice non fa sconti a nessuno, nemmeno a se stessa, al suo modo di voler essere madre.
Credo che il punto forte di “Bianco è il colore del danno” sia proprio la totale nudità con la quale Francesca Mannocchi ha deciso di mostrarsi ai suoi lettori. Oltre ad una scrittura a mio parere veramente eccellente, colpisce l’intensità delle sue riflessioni, la capacità di svestirsi anche dei pensieri più intimi.
Questo libro ha come il sapore di un bisogno. Scrivere per fare pace con se stessa, scrivere per non dimenticare le cose veramente importanti.
“Domando a matita sul taccuino: perché ho così tanta paura di dimenticare? Rispondo a matita sul taccuino: perché la memoria è la mia storia, la mia storia è il mio passato, il mio passato è origine e destinazione.”