Narrativa,  Narrativa contemporanea

RECENSIONE: “Anatomia di una rivolta” di John Wainwright, Paginauno

Anatomia di una rivolta Book Cover Anatomia di una rivolta
John Wainwright
Narrativa
Edizioni Paginauno
2019
brossura
226

L’omicidio di un giovane delinquente nero è il primo evento a Beechwood Brook che pone la polizia locale, sotto il comando del sovrintendente capo Tallboy, in una situazione sempre più difficile da gestire. La madre del morto assume l’avvocato William Heilprin, un agitatore più interessato a far esplodere un caso politico e razziale che non a cercare giustizia. Consapevole dei rischi che la gestione di un’indagine come questa comporta, Tallboy avvia l’inchiesta seguendo la pista più probabile, quella di una resa dei conti tra bande rivali. Ma più l’inchiesta scende in profondità, e più Tallboy comprende che il colpevole sia da ricercare altrove. Un’ipotesi che potrebbe porlo di fronte a una verità agghiacciante. Nel frattempo, la cittadina sembra esplodere: uno stupro di gruppo e un omicidio per vendetta, fungono da cassa di risonanza alla naturale rabbia e alle frustrazioni di tutti i gruppi etnici. Ne nasce una violenta sommossa che avrà il merito di sollevare dallo stato di latenza la verità sociale, che fino a quel momento ribolliva sotto l’apparente tranquillità della normale routine di Beechwood Brook.
John Wainwright in questa Crime novel esplora problematiche sociali tuttora attuali in Inghilterra e in vari Paesi occidentali (dal sito di Pagina Uno).

Anatomia di una rivolta di John Wainwright

Sottotitolo

Un poliziesco sociale nella comunità multietnica inglese

“Gli eventi narrati in Anatomia di una rivolta e la rappresentazione delle dinamiche che scatenano l’episodio di violenza in strada affondano le radici nel contesto di tensione latente della multietnica società britannica. Una storica disarmonia che affonda le sue radici nelle relazioni all’interno della sua composizione sociale e in una sommersa conflittualità, alimentata da strati di crescente sfiducia verso le istituzioni ufficiali” (dalla postfazione di Carlo Osta).

La narrazione comincia gradatamente, si snoda quasi con leggerezza, anche quando parla di ambienti e situazioni potenzialmente pericolosi e degradati, accenna ad ambiti sofisticati della musica classica, al Jazz e allo swing (di cui l’autore è appassionato ed esperto), si sofferma su aspetti ed elementi raffinati ed esteticamente gradevoli, ci rassicura, insomma, che quello che stiamo leggendo è qualcosa di tranquillo e piacevole senza sbavature né elementi sgradevoli. “In passato Tallboy era stato un musicista jazz più che buono, aveva suonato il clarinetto con uno stile pulito e molto swing. Poteva di conseguenza equiparare quel marciume con la perdita in popolarità di quel genere di musica”. Il testo, quasi con distacco, parla di cultura, ci racconta alcune situazioni e delinea alcuni personaggi che via via aquisteranno importanza e costituiranno l’ossatura della trama e diventeranno protagonisti del dramma che lentamente si prepara, pagina dopo pagina. In effetti un percorso che evoca lo studio anatomico di un corpo, in questo caso quello sociale e, in particolare, delle modalità e delle caratteristiche della folla che si sta scatenando descrivendone dettagliatamente anche pensieri ed emozioni, in qualche modo dall’interno. Una massa sfrenata e ormai incontrollabile pronta a distruggere tutto ciò che incontrerà sul suo cammino; compresa la stessa centrale di polizia, presidio di coloro che sono diventati gli odiati nemici per tutti, senza differenze fra buoni e cattivi. Nel suo sviluppo e crescendo la narrazione permette, però, al lettore di comprendere le ragioni che, sottese e spesso volutamente ignorate per amore di una apparente tranquillità, nel tempo hanno portato ad una esplosione senza possibilità di controllo o contenimento dando libero sfogo alla rabbia e alla violenza fino ad allora represse e tenute a freno da contenitori dalle fragili pareti destinate a crollare al primo urto; come la stessa cittadina della provincia inglese teatro del racconto. E ognuno di coloro che costituisce quella folla ha la sua personale motivazione che giustifica quell’essersi unito ad altri, con diverse ragioni, in un insieme in cui tutti condividono, però, la furia che li divora dentro e che ha bisogno di travolgere e distruggere quello che incontra come una valanga o un fiume in piena, incontenibili da chiunque. Compresa quella polizia il cui compito è difendere, ma che in questo caso è anche l’obiettivo finale della rivolta, oggetto d’odio:”Ogni anno i numeri dei crimini erano più alti. Si gonfiavano. Ed erano sempre ragazzi, sempre loro. Non perché fossero criminali, non perché fossero nati, o si fosse insegnato loro a essere, criminali. Era perché odiavano i poliziotti. Così semplice. Il loro odio era illogico e non necessario, ma lo inalavano a ogni respiro, e infrangevano la legge soltanto perché i poliziotti – i porci – erano là per proteggerla”.

Una polizia di cui l’autore (un tempo lui stesso nelle forze dell’ordine), nel crescendo della narrazione ci ha delineato i membri: dal poliziotto della vecchia guardia, con le sue certezze assolute, ai capi, entrambi descritti come figure positive, ma diversi per carattere, umanità e senso di responsabilità, ai detective e agenti, ognuno con le sue caratteristiche di onestà, viltà, ottusità, generosità, dedizione al dovere, pregiudizi. Con un particolare rilievo offerto alla figura dell’ispettore capo David Hoyle, il più brillante, raffinato esponente della nuova generazione che “Si era sforzato di leggere (e comprendere) volumi scritti da esperti in una dozzina di discipline diverse. Dalle religioni comparate alla botanica, dalla pittura del Rinascimento alla psichiatria moderna. Le stanze della sua casa erano piene di scaffali, e ogni scaffale era pieno zeppo di libri, e lui li aveva letti tutti e (per usare una sua stessa espressione) “ispezionati” fino all’ultimo punto e all’ultima virgola. Un personaggio davvero interessante la cui complessità si comprenderà bene solo alla fine anche se il suo atteggiamento lascerà, però, nel lettore, una leggera traccia di sorpresa e una briciola di delusione rispetto alla fondamentale questione della responsabilità che grava su chi ha l’onere del comando. Si tratta, in ogni caso, di un investigatore davvero eccezionale, aspetto di cui forse è troppo consapevole, e di un uomo decisamente fuori dal comune.

“Aveva divorato biografie e autobiografie. I classici li aveva letti e riletti con un piacere crescente. A stima, era probabilmente l’unico uomo a Beechwood Brook che avesse letto Guerra e Pace dall’inizio alla fine, due volte, e soprattutto che l’avesse compreso e a cui fosse piaciuto. Questo era l’ispettore capo detective David Hoyle, un uomo molto ben istruito, anche se un uomo che si era istruito da sé”.

Comunque tutti i polizotti sono uniti e asserragliati (escluso uno che vi arriverà quasi alla fine in modo rocambolesco) nel loro presidio che sembra trasformato, per alcuni aspetti, in un tribunale dove la sentenza è già stata emessa per chi ha commesso l’omicidio che ha fatto esplodere l’inferno che Wainwright descrive, mentre la marea, pronta a devastare, si avvicina. Intanto si prepara a intervenire lo straordinario Pathan Subadar (nell’esercito pakistano e indiano grado equivalente a un capitano britannico) Gobind Singh, con la sua raffinatezza, frutto dell’incrocio fra tradizione inglese e millenni di antiche civiltà orientali, accompagnato dal suo servitore e autista Gurkha ( soldati dell’esercito nepalese, conosciuto anche come “Gurkha Army” ), altrettanto elegante nei modi e risoluto e inattaccabile nella sostanza, perfino dalla massa scatenata e decisa a distruggere senza freni tutto ciò che incontra sulla propria strada fino all’obiettivo finale: il presidio di polizia. Saranno proprio loro, non inglesi, a difendere e sostenere i poliziotti nel mirino con la loro presenza e il loro comportamento di eccezionale autocontrollo e lucidità esercitati per lungo tempo, riuscendo così ad evitare il disastro finale e a fermare l’onda distruttiva.

Una distruzione che è partita, in effetti, dall’uccisione di un giovane nero e che ha scatenato una serie di eventi successivi che portano poi alla sommossa legata a problematiche sociali oggi attualissime, in Inghilterra e in altri paesi occidentali che comprendono anche aspetti di profonda sfiducia e diffidenza nei confronti delle istituzioni ufficiali, in particolare le forze dell’ordine. E nel testo viene descritto perfettamente il meccanismo che, dal primo omicidio, genera un processo inarrestabile che sfocia nel tentativo di assalto alla sede del distretto affrontando contemporaneamente la questione anche dal punto di vista etico, aspetto caratteristico della scrittura di Wainwright.

“Il clima di tensione descritto nel romanzo rispecchia la realtà conflittuale della società britannica, accesa e alimentata dalle difficoltà nei rapporti tra le sue varie comunità etniche. Un profondo dissidio che affonda le sue radici nello sviluppo storico e politico” (dalla postfazionedi Carlo Osta) di una nazione profondamente legata al colonialismo che rappresenta, in sostanza, un aspetto costitutivo della sua stessa identità.

Con la sua scrittura limpida e avvincente e una grande lucidità di esposizione di fatti e personaggi Wainwright ispirandosi ad avvenimenti del passato racconta, in effetti, le difficoltà presenti nei contesti multiculturali con cui oggi tutti dobbiamo confrontarci. E mette in luce le motivazioni e le conseguenze, nel Regno Unito, di un’immigrazione apparentemente facile (per l’esistenza del Commonwealth e della lingua comune) e precoce rispetto a molti altri paesi, esclusa la Francia, ma piena di problematiche a partire dall’idea fondamentale del bianco anglosassone come superiore alle altre razze, un concetto pervasivamente diffuso in tutto l’impero britannico, anche fra persone colte e intellettuali. Una visione che, probabilmente, trova una nuova, benché parziale, prospettiva solo con la definizione di cultura di Tylor (1871) che, pur ponendo l’Occidente, soprattutto l’Europa, come modernità, e dunque come apice dell’evoluzione culturale, conferisce, però, pari dignità ai “primitivi” e ai “moderni” superando concetti razzisti come quelli di barbari e selvaggi; e aprendo così le porte a quelle ricerche antropologiche che cambieranno il modo di vedere le differenze fra i popoli che verranno studiate non più in termini di superiorità o inferiorità. Anche se chi scrive considera insuperabile la definizione di cultura che, in Quaderni del Carcere, dà Antonio Gramsci:

Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…). Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque lo voglia1.

John Wainwright (1921-1995) nato a Leeds nel 1921, si è laureato in legge all’Università di Londra, ha combattuto nell’aviazione britannica durante la Seconda Guerra Mondiale e, successivamente, è entrato nella polizia dove ha trascorso vent’anni in servizio nello Yorkshire inglese, prima di diventare scrittore a tempo pieno, nel senso letterale, scrivendo dieci ore al giorno, per sette giorni alla settimana. Caratterizzato da un senso morale inflessibile, quello dell’uomo tutto d’un pezzo, che durante la sua lunga carriera nella polizia non permette a Wainwright avanzamenti nella scala gerarchica, e che in varie occasioni lo mette in difficoltà.

Anatomia di una rivolta è stato scritto nel 1982 dall’autore inglese che scrisse più di sessanta romanzi, soprattutto polizieschi, ha scritto, però, anche noir, gialli classici e thriller, alcuni diventati famosi film. Tra le opere più famose: The Crystallized Carbon Pig (1966), Cause for a Killing (1974), Square Dance (1975), Cul-de-sac (1984), Stato di fermo (Paginauno 2015).

Wainwright condusse una vita molto riservata, insieme alla moglie, concedendo pochissime interviste e apparendo di rado in pubblico. Di conseguenza, pur essendo stato molto famoso in vita, oggi non è più conosciuto come, invece, meriterebbe.AnatomiarivoltafotoWainwright

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