FANDANGO LIBRI È LIETA DI ANNUNCIARE

“FEBBRE”

JONATHAN BAZZI

È NELLA CINQUINA FINALISTA DELLA 27° EDIZIONE
DEL PREMIO BERTO

FEBBRE – JONATHAN BAZZI

MOTIVAZIONI DELLA GIURIA:

Nel 2016 Jonathan scopre di essere sieropositivo. La malattia non solo scava in lui un abisso di paure, ma anche riporta a galla ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza passata a Rozzano – Rozzangeles – ossia il Bronx di Milano, un quartiere dormitorio dove contano soltanto il “saper menare” e l’avere soldi; dove si tira a campare di espedienti e nessuno studia. È qui che due giovanissimi, Tina e Roberto, mettono al mondo Jonathan, ma presto si separano prendendo strade differenti; il bambino perciò si ritrova sballottato tra due coppie di nonni. A scuola deve poi affrontare sia la balbuzie sia la solitudine, causata da una sensibilità fuori dal comune, per cui diventa vittima di vari episodi di bullismo. Tra alti e bassi, cercando nell’istruzione una personale via di salvezza, Jonathan esce dall’orizzonte ristretto della periferia e riesce a trasformare l’esperienza della malattia in un viaggio dentro se stesso. L’epigrafe di Ingeborg Bachmann avverte: “Con la mia mano bruciata scrivo della natura del fuoco”. Due storie vere si intrecciano infatti in “Febbre” di Jonathan Bazzi: la prima, che dà il titolo al libro, è centrata sul rapporto di un giovane con la malattia e la paura della morte; l’altra racconta la vita delle periferie emarginate. Entrambe sono “narrazioni di guerra”: contro le superstizioni fumose che perseguitano chi è contagiato da HIV; contro la fissità dei ruoli all’interno della famiglia tradizionale; contro l’omofobia; contro i pregiudizi sociali nei confronti di chi proviene da una parte della città che pare isolata da una barriera immaginaria di filo spinato. Colpisce soprattutto il ritratto amaro che l’autore fa del suo quartiere di operai non qualificati, di famiglie assistite dai servizi sociali, di tossici e spacciatori che vivono in casermoni alveari e parlano una strana mescolanza di dialetti meridionali. E in qualche momento le pagine che Jonathan Bazzi dedica a Rozzano acquistano il colore scuro della voce di un rapper. Così alla fine il lettore si rende conto che la “febbre” del titolo non è solo quella causata dal virus, ma scaturisce da una passione bruciante per la vita.

Jonathan Bazzi in Febbre racconta coraggiosamente in stile rap la fatica di un riscatto nella
periferia di una grande metropoli

 

Jonathan ha 31 anni nel 2016, un giorno qualsiasi di gennaio gli viene la febbre e non va più via, una febbretta, costante, spossante, che lo ghiaccia quando esce, lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue. Aspetta un mese, due, cerca di capire, fa analisi, ha pronta grazie alla rete un’infinità di autodiagnosi, pensa di avere una malattia incurabile, mortale, pensa di essere all’ultimo stadio. La sua paranoia continua fino al giorno in cui non arriva il test all’HIV e la realtà si rivela: Jonathan è sieropositivo, non sta morendo, quasi è sollevato. A partire dal d-day che ha cambiato la sua vita con una diagnosi definitiva, l’autore ci accompagna indietro nel tempo, all’origine della sua storia, nella periferia in cui è cresciuto, Rozzano – o Rozzangeles –, il Bronx del Sud (di Milano), la terra di origine dei rapper, di Fedez e di Mahmood, il paese dei tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dei tamarri, dei delinquenti, della gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi, dove si parla un pidgin di milanese, siciliano e napoletano. Dai cui confini nessuno esce mai, nessuno studia, al massimo si fanno figli, si spaccia, si fa qualche furto e nel peggiore dei casi si muore. Figlio di genitori ragazzini che presto si separano, allevato da due coppie di nonni, cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto, dalla redestinazione della periferia, dalla balbuzie, da tutte le cose sbagliate che incarna (colto, emotivo, omosessuale, ironico) e che lo rendono diverso. Un libro spiazzante, sincero e brutale, che costringerà le nostre emozioni a un coming out nei confronti della storia eccezionale di un ragazzo come tanti. Un esordio letterario atteso e potente.

Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985. Cresciuto a Rozzano, estrema periferia sud della città, è laureato in Filosofia. Appassionato di tradizione letteraria femminile e questioni di genere, ha collaborato con varie testate e magazine, tra cui Gay.it, Vice, The Vision, Il Fatto.it. Alla fine del 2016 ha deciso di parlare pubblicamente della sua sieropositività con un articolo (“Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto”) diffuso in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS.

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