Intervista agli autori Franco Forte, Diego Lama e Letizia Vicidomini per la raccolta “Nero come il buio”
Buongiorno amici de La bottega dei libri e benvenuti a questo nuovo appuntamento con l’angolo delle interviste.
Oggi abbiamo il piacere di avere come ospiti tre autori importantissimi del giallo italiano e napoletano: Franco Forte, Diego Lama e Letizia Vicidomini.
Ma cosa avranno mai in comune questi tre autori oltre la passione per il genere giallo? Ve lo diciamo subito: la collana pubblica da Homo Scrivens dal titolo “Nero come il buio”.
Questa intervista sarà articolata in due momenti: il primo che vedrà delle domande uniche per tutti e tre gli autori con i diversi punti di vista degli scrittori e, la seconda parte invece che vedrà domande singole e specifiche in base ad ogni racconto.
Siete pronti a catapultarvi nel buio nero?
Cosa rappresenta per voi il genere noir o giallo oggi? Pensate che abbia ancora una funzione sociale, oltre che narrativa?
Franco Forte: “Se leggere significa immergersi in realtà alternative da vivere come protagonisti, immedesimati nei personaggi dei libri… allora certo che la narrativa noir e gialla (e qualsiasi altra, in realtà), ha una funzione sociale: quella stabilita dall’autore, che dunque, più del genere in cui si muove, ha la responsabilità di farsi carico dei messaggi che vuole trasmettere al pubblico. Ogni storia ha una valenza per ciò che esprime, e il noir consente all’autore di trovare terreno fertile per trasmettere le sue inquietudini, le sue pulsioni interiori. Se poi questa espressività va in direzione del semplice intrattenimento o della denuncia sociale, lo si potrà capire solo leggendo, mai a priori”.
Letizia Vicidomini: “Oggi più che mai, e lo metto in pratica in tutte le mie storie, il romanzo di crime è il vero romanzo sociale. Il nostro tempo, il mondo che viviamo, sono messi a fuoco dal racconto del fatto criminoso, dalla violenza che pervade ogni azione, ogni reazione. Chi legge si ritrova nelle problematiche più comuni, nei drammi quotidiani, cerca conforto e risposte”.
Diego Lama: “Non so se ha mai davvero svolto una funzione sociale, forse in un altro momento storico. Oggi sicuramente ha una grande importanza narrativa perché affronta temi universali che fanno parte dell’immaginario umano da sempre: morte, male, bene che vince sul male, eroe… eccetera. In fondo, per fare davvero una storia, ci vuole o morte o amore, o entrambi: due grandi generatori di emozioni (con essi, a seguire, giungono dolore, felicità, mistero, passione, stupore…) Spesso il noir – il giallo, il thriller, il poliziesco…. – li ha ambedue, per questo è un genere che funziona”.
Quali sono le regole imprescindibili, se ce ne sono, per scrivere un buon racconto giallo? E quanto spazio lasciate all’intuizione e all’istinto?
Franco Forte: “Distinguiamo tra giallo e noir, perché se si parla di regole le differenze sono tante. Il giallo ha dei meccanismi di investigazione, di strutturazione della storia e di rispetto dei canoni del genere che piacciono ai lettori e pretendono di essere seguiti. Per esempio, ecco un elenco di punti essenziali per scrivere un giallo di stampo classico: 1) Prologo / Scena del crimine; 2) Introduzione dei personaggi chiave; 3) Indagini e primi indizi; 4) Depistaggi e colpi di scena; 5) Rivelazione finale; 6) Epilogo / Giustizia o vendetta.
Una schema del genere non ha nulla a che vedere con il noir, che si muove più nelle dimensioni del perturbabile, dell’inquietante (in un noir potrebbe non esserci il morto…) e dei risvolti psicologici della mente, per cui non esistono regole che possano essere elencate. Si tratta, di solito, di un viaggio nei meandri più cupi della psiche, con tutto ciò che ne consegue”.
Letizia Vicidomini: “Le regole auree della scrittura valgono per ogni tipo di racconto: veridicità e passione, nella storia raccontata e nel modo di raccontarla. Personalmente, poi, lascio che siano i personaggi a vivere, costruendo il mondo che racconterò”.
Diego Lama: “Io lavoro molto con schemi, scalette, scheletri. Poi riempio le caselle con emozioni, poesia, idee. Forse l’unica regola valida è che il giallo non deve essere banale: se scrivi per questo genere di lettori allora ti confronti con persone esigenti che – spesso, ma non sempre – non tollerano soluzioni inverosimili, raffazzonate, semplici o sgamate”.
Come affrontate la costruzione della suspense: è più una questione di tecnica o di ritmo interiore nella scrittura?
Franco Forte: “Suspense significa attesa, sospensione del respiro e del giudizio. Un effetto che qualcuno riesce a raggiungere con la qualità della scrittura, con la capacità di scuotere la sensibilità del lettore tramite le giuste parole, la potenza della sua espressività. E c’è chi invece ottiene lo stesso risultato grazie a escamotage di trama, a tecniche che servono a imprimere ritmo o a sospenderlo nel momento giusto. L’importante, comunque si decida di procedere (in base alla propria sensibilità e alle proprie capacità), è convergere sempre verso lo stesso risultato: appassionare il lettore”.
Letizia Vicidomini: “Di sicuro la seconda opzione. Sono decisamente anarchica e seguo poco la tecnica, a livello conscio: quando sento la storia “suonare” come una buona partitura, allora vuol dire che funziona”.
E, ora dopo aver scoperto i segreti e i dettagli di come si può strutturare un racconto giallo ma anche un romanzo, entriamo nel vivo e andiamo alla scoperta dei singoli racconti.
Diego Lama: “Entrambe. Ripeto: per me (che sono architetto) lo scheletro profondo di una storia conta tantissimo (anche se poi non si deve vedere) e serve a creare una aspettativa corretta, una giusta sequenza razionale, un ritmo narrativo che va gestito con razionalità e ponderazione. Poi viene la scrittura (fatta di personaggi, idee, scene, poesia, linguaggio, ecc) che riempie le caselle lasciate vuote in una scaletta e che serve a coinvolgere il lettore e a trascinarlo dentro la storia con la giusta tensione/atmosfera. Detta così sembra una cosa molto schematica, non è quello che penso. Però sicuramente penso che una storia vada progettata con grande intelligenza prima di venire scritta”.
Franco Forte il suo racconto scava nel lato oscuro dell’uomo comune. Che tipo di riflessione volerebbe suscitare nel lettore?
“Che niente di ciò che appare potrebbe corrispondere alle inquietudini che si agitano dentro di noi, in quel pozzo maledetto e oscuro in cui affonda l’anima delle persone, e in cui a nessuno è consentito sbirciare. Pulsioni apparentemente imprevedibili, capaci di sorprendere, che portano il nostro vicino di casa, l’amico insospettabile, il bravo ragazzo o la brava ragazza di cui abbiamo sempre parlato bene, a commettere qualcosa di terribile, che finirà sui giornali o in televisione e ci riempirà di orrore e di sgomento. Una cosa che succede sempre più spesso, e che ha origine in quel buco nero dell’anima in cui si muovono le pulsioni più oscure di ciascuno di noi, sempre pronte a emergere in superficie quando meno ce lo aspettiamo”.
C’è un elemento nel suo racconto che ritiene possa dialogare con l’attualità? Qualcosa che va oltre la finzione noir?
“Domanda interessante, soprattutto per un aspetto che a quanto pare sono riuscito a nascondere bene: tutto ciò di cui parlo nel mio racconto, anche le cose apparentemente più assurde e inquietanti, sono accadute realmente. Sono episodi che ho registrato nel tempo durante la mia attività di giornalista di cronaca nera, e che poi ho assemblato in questa storia, di finzione per ciò che riguarda la sua totalità narrativa (la trama) ma certo non per i singoli episodi che contiene. E il fatto che alcuni di questi episodi sembrino esagerati o spinti al limite, dovrebbe far capire quanto la realtà superi, di continuo, la più sfrenata fantasia. Proprio come succede in questo viaggio nel buio profondo dell’anima che racconto nel mio “Smetti di guardare””.
Adesso è la volta di scoprire qualche dettaglio in più sul racconto scritto da Diego Lama per la raccolta
Diego Lama il suo racconto è pervaso da una tensione storica e ambientale molto marcata. Che ruolo ha Napoli nella sua narrazione noir?
“Il luogo in cui è ambientata una storia diviene – quasi sempre – un personaggio in più. Nel caso di Napoli poi (della mia Napoli) è sempre così: questa città è talmente potente dal punto di vista narrativo – per bellezza, per drammaticità, per poesia, per comicità, per storia, per carattere, per dolore, per caos e per tanto altro… – da diventare necessariamente un importante attributo in più della storia, a volte più forte del personaggio stesso. Tutti i miei racconti e tutti i miei romanzi – e in particolare quelli con protagonista il commissario Veneruso nella Napoli della Belle Époque – sentono e risentono di questo peso. A volte mi chiedo se sia giusto, se sia un difetto, se sia una comodità, un errore, un luogo comune… Ancora non so dare una risposta a queste domande (e in ogni caso me ne infischio).”
Usa spesso l’ironia e la precisione architettonica nei suoi scritti: in questo racconto, come ha bilanciato realismo e atmosfera?
“Uso spesso l‘ironia perché non sono ironico nella vita reale e uso spesso la precisione perché non sono preciso nella vita reale (e uso il coraggio perché non sono coraggioso, e uso l’arguzia perché non sono arguto e uso il fascino perché non sono affascinate… potrei continuare all’infinito questo elenco di mancanze).
La scrittura consente di essere ciò che la vita non ci ha dato: la scrittura è una seconda vita, e scusate la banalità. Quando scrivo, in ogni caso, non mi pongo troppo l’obbiettivo di essere realista o di creare atmosfere efficaci, lascio andare le cose come devono. Alla fine viene fuori sempre qualcosa di particolare, credo. Spero.
Secondo la mia esperienza: più le cose sono inventate e più sembrano vere, più sono reali e meno sembrano plausibili”.
E, infine ma non per ultima diamo la parola all’unica voce femminile presente all’interno della raccolta, Letizia Vicidomini.
Il suo racconto ha un taglio fortemente emotivo e psicologico. Quanto la sua esperienza personale entra nei personaggi che costruisce?
“Amo leggere nei volti della gente le emozioni che sono poco manifeste, individuare le correnti che si agitano sotto il mare dei sentimenti, delle relazioni più profonde. Mi affascina la dicotomia tra il volto che offriamo agli altri e ciò che siamo in grado di celare per rispetto del buon vivere oppure, in certi casi, per reale e colpevole dissimulazione. Osservo e racconto, con grande attenzione al realismo dei comportamenti umano”.
C’è una fragilità profonda nei suoi protagonisti, anche nei più duri: quanto è importante la dimensione umana nel suo modo di scrivere noir?
“Come detto prima la comprensione del personaggio in quanto essere umano è fondamentale, per me. Per questa ragione i protagonisti delle storie che scrivo sono fragili e veri. Come me, come noi tutti”.
Eccoci giunti alla conclusione di questa bellissima e interessante intervista. Spero che vi sia piaciuta e che gli autori siano riusciti a fare chiarezza col genere e a incuriosirvi per la lettura della raccolta!
Aspettiamo il vostro responso in merito e, nel frattempo vi diamo appuntamento alla prossima intervista.
Grazie agli autori per il tempo che mi hanno dedicato.

Anna Calì, classe ’96. Nelle sue vene scorre la lava del Vesuvio e la passione che contraddistingue il popolo napoletano.
Giornalista di professione e con la passione dei libri sin da piccola. Adora annusarli e, quando va nelle librerie, si perde tra gli scaffali ad osservare le copertine.
Grazie a questa passione è riuscita a mettere in campo due sogni nel cassetto: il primo, recensisce i libri che legge, esperienza che fa bene sia al corpo che alla mente. La seconda: è diventata anche scrittrice e ha pubblicato già due romanzi.