Sabato è di nuovo qui… e il nostro salottino è pronto per ospitare un altro autore che abbiamo da breve recensito!!!

 

Ed è con immenso piacere che vi presentiamo Giampaolo Roselli, autore del romanzo Satyrandroide e gli diamo il nostro benvenuto…

Ma iniziamo subito con le nostre domande…  Giampaolo come nasce la sua passione per la scrittura?

Nasce tanti anni fa. Da adolescente amavo i fumetti, in particolare Dylan Dog, e dopo averne letti tanti iniziai a crearne dei miei. Disegnai diverse storie a fumetti ma, proprio nello stesso periodo in cui scoprii il piacere della lettura, capii che i disegni erano per me un limite narrativo. Per questo iniziai a raccontare storie affidandomi sempre più al potere evocativo delle parole.

 

Beh si, effettivamente il fumetto a volte può presentare un limite nello sviluppo di una storia più complessa…

“Satyrandroide” è il suo ultimo romanzo: da come nasce l’idea di questo libro?

Nasce soprattutto dal desiderio di confrontarmi, dopo anni di racconti, con la stesura di un romanzo. Non un racconto allungato ma un romanzo di ampio respiro, quindi nel senso più tradizionale e complesso del termine. Una storia fatta di storie, con un narratore capace di andare avanti e indietro nel tempo e di guardare le cose attraverso più sguardi, diversi e in contrasto tra loro. Per farlo dovevo divertirmi con tutti quegli argomenti, immagini e luoghi che mi appassionavano e sentivo un po’ miei.

 

 

 

Nutre una particolare passione per la fantascienza?

Si, ho sempre amato la fantascienza, sia nel cinema che nella letteratura. Ma se da una parte il cinema tende spesso a deludermi, la letteratura riesce sempre a regalarmi grandi emozioni e ottimi spunti di riflessione. La fantascienza deve in qualche modo leggere le società umane, scavando in profondità e portare a galla attraverso immagini, personaggi e storie più o meno “fantastiche”, i traumi e i contrasti del proprio tempo. Per questo sono sempre più convinto che la fantascienza, nel suo reale intento, sia un genere più letterario che cinematografico.

 

Il libro snoda la vicenda nell’area del Mezzogiorno: dalla Calabria sino ad arrivare a Bari, sua Città di appartenenza, c’è un correlazione in questo? Ovvero, come mai questa scelta?

I protagonisti del romanzo sono esseri filantropici, seppur in maniera contraddittoria. E proprio per questo motivo dovevano essere portati in un luogo dove l’umanità risultasse più contraddittoria possibile. L’essere umano è di per sé un animale contraddittorio ma in alcuni luoghi, come il Sud Italia, lo è ancora di più. Nel bene e nel male. Un luogo in cui convivono a distanza di pochi chilometri elementi iperteconologici e contesti rurali, in cui la religiosità cristiana si sviluppa su forme e riti pagani, in cui la razionalità si confronta quotidianamente con l’incanto di miti, leggende e tradizioni millenarie.

Per questi motivi e per il fatto di essere proiettato sul Mediterraneo, sia dal punto di vista culturale che geografico, il Sud Italia era di per sé il teatro perfetto per una storia simile.  

 

Nel libro si parla di androidi che vogliono essere come gli umani: come hai costruito i personaggi di Ulisse, Beowulf e Charlot? Le ha pensate come persone comuni, che si portano appresso il loro fardello di preoccupazioni?

Esattamente. I tre protagonisti sono molto umani. Li ho pensati proprio come delle persone che, nel profondo, sono molto attaccate alla vita e che per questo con essa fanno a pugni. In un mondo in cui si tende sempre più a fuggire dai sentimenti e dalle emozioni, in cui ci si rintana con troppa facilità nel virtuale e nell’autoreferenziale, i tre ereditano in qualche modo una certa “antica” umanità al punto da diventare lo specchio che riflette ciò che rischiamo di non essere più.

 

Pensa che un giorno, l’uomo, possa davvero arrivare a colonizzare altri Pianeti?

Credo di si. L’uomo ha sempre osservato e studiato le stelle e nell’ultimo secolo sono stati fatti passi importanti in questa direzione. Oggi c’è una stazione spaziale, frutto della cooperazione di tantissimi Paesi, che rappresenta un avamposto umano oltre quelle che sono le odierne colonne d’Ercole. Oltre alla stazione spaziale sono in corsi numerosi esperimenti e studi volti proprio alla sopravvivenza in contesti a noi ostili. Quindi tutto ciò fa pensare che un giorno arriveremo a colonizzare pianeti, ma è qualcosa che accadrà sicuramente tra secoli o addirittura millenni. Ovviamente, al di là del progresso tecnologico, la sfida più importante sarà quella di preservare la Terra almeno fino a quando non saremo in grado di spostarci in un’altra casa… Chissà.

Ritiene che al giorno d’oggi la tecnologia stia un po’ correndo troppo?

Si, ma temo sia un processo inarrestabile. Negli ultimi due secoli la tecnologia ha assunto una velocità disumana e gli uomini sembrano caduti in balia degli eventi. Non credo che questa possa essere definita una rivoluzione industriale perché non è qualcosa che riguarda solo il processo industriale e la conseguente organizzazione delle società, bensì è qualcosa che è destinato a trasformarci nell’intimo, nella mente come nel corpo. E’ uno slancio del tutto ingestibile che, nel bene e nel male, ci renderà a lungo andare non più simili a quello che siamo sempre stati.

 Pensa che arriveremo davvero ad avere egli androidi che circolino tra noi, come se fosse del tutto normale?

La tecnologia robotica è ancora agli albori e prima di avere dei robot autonomi e davvero intelligenti ci vorranno secoli. Mi piace risponderle con un’altra domanda: cosa saremo noi quando avremo quella tecnologia? Saremo più androidi o più umani? Tutto dipenderà da questo. Compresa la “vita” di eventuali futuri androidi.   

 

 

 

Per la stesura di questo romanzo si è ispirato al film “L’Uomo Bicentenario?”, interpretato da Robin Williams?

“L’uomo Bicentenario” è un bel film, uno dei tanti che hanno affrontato la tematica del rapporto macchina uomo, ma non credo mi abbia ispirato particolarmente. Lo considero una rielaborazione fantascientifica di “Pinocchio” (come lo è Artificial Intelligence di Kubrick e Spielberg, seppur in termini più drammatici), in cui la fata turchina diventa proprio la scienza. Penso che molti autori di fantascienza, come gli sceneggiatori de L’Uomo Bicentenario, debbano tanto al capolavoro di Collodi.

Beh che dire, è stato davvero un piacere poter parlare con lei, speriamo vivamente di averla nostro ospite anche in futuro.

 

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