E’ di nuovo sabato pomeriggio, e come tutti i weekend il nostro salottino riapre le porte agli autori che abbiamo recensito!

Oggi abbiamo il piacere di avere qui con noi Daniel Albizzati autore del romanzo “Le avventure di Mercuzio” edito da Fazi.
Benvenuto Daniel, per noi è davvero un onore e un piacere poterla ospitare qui, nel nostro salottino delle interviste. Ma cominciamo subito con la prima domanda.
Siamo al suo ultimo romanzo “Le avventure di Mercuzio”, un romanzo questo che racchiude in sé parecchi messaggi e che lancia meritevoli spunti di riflessione: è proprio questo che ha voluto fare con questo romanzo?
Con Le avventure di Mercuzio ho voluto scrivere una storia ironica e divertente, ma anche amara e drammatica. Dipende da come la si legge. Mi sono divertito a mettere faccia a faccia l’aulico e i valori di un tempo con il trash e la fluidità che un po’ caratterizza la nostra epoca per esasperare le differenze tra passato e presente. Ho voluto ricordare quello che neanche fino a troppo tempo fa eravamo, nel bene e nel male, e cosa siamo diventati, nel bene e nel male.
Virgilio, Stazio, San Bernardo, tutti nomi importanti, tutti nomi che ritroviamo in una grande opera di Letteratura Italiana, la Divina Commedia: questa scelta è legata al personaggio che Mercuzio riveste nel romanzo proprio per la sua passione per la Letteratura e le grandi opere?
Questa è una cosa che potrebbe confondere il lettore. Mercuzio è il nome di un personaggio di Shakespeare che non c’entra niente con La Divina Commedia. Non sarebbe stato meglio a questo punto chiamare il protagonista Dante? In realtà quello di riprodurre una Divina Commedia nella Roma di oggi è un piano che si inventa l’amico fornaio per accompagnare Mercuzio verso la luce (che Dante incontra alla fine del suo viaggio) cioè alla verità, vale a dire il motivo che lo ha fatto impazzire. Virgilio, Beatrice, San Bernardo, Stazio e la luce abbagliante sono tutte guide che sveleranno a Mercuzio la sua reale identità che ha sotterrato sotto cumuli di altre identità conosciute nei romanzi in cui si è rifugiato per cancellare una sofferenza. Insomma la storia è un pentolone di riferimenti letterari, che Virgilio, il fornaio del Maestro e Margherita, gestisce come può per instillare il nuovo mondo nel cervello di Mercuzio.
Come è nato il personaggio di Mercuzio? Ha avuto qualche fonte di ispirazione o è frutto della sua fantasia?
L’idea di Mercuzio nasce durante la lettura di Don Chisciotte, o almeno da lì è venuto il primo spunto. Ricordo che mentre leggevo le avventure dell’hidalgo tutto spaesato, accompagnato dal fido compagno Sancho, spesso e volentieri più spaesato di lui, mi divertivo a immaginarmeli insieme nella nostra epoca. Sicuramente si sarebbero ritrovati ancora più confusi. La differenza tra Le avventure di Mercuzio e Don Chisciotte (oltre al fatto che il secondo è scritto da Cervantes) è che Alonso Quijano impazzisce senza saperlo, mentre il protagonista del mio libro si avvicina alla lettura perché intuisce il loro potenziale ipnotico. Comunque, se devo essere proprio sincero Mercuzio, il protagonista, rappresenta anche una parte di me (forse un po’ di tutti) che cerca di aggrapparsi a qualche valore. È la personificazione di un mio lato, chiaramente una caricatura, che mi sono divertito a osservare attraverso la lente d’ingrandimento scrivendo la sua storia. Anche Virgilio, che è tutto il contrario di Mercuzio, si può dire rappresenti una parte di me, che ormai ci ha perso le speranze e si dissolve nella mondanità.
Nel romanzo, uno degli argomenti principi, è incentrato sull’uso dei social e sull’uso smodato che oggi la gente ne fa: lei utilizza i social?Se si, in che misura?Approva l’uso che oggi giorno la gente ne fa?
Ho cercato di sottolineare attraverso lo sguardo ingenuo e impreparato di Mercuzio i paradossi e alcune insensatezze dei social network. Personalmente non li utilizzo. Ce li ho avuti in passato, ora finché posso me ne tengo lontano per diversi motivi. La mia teoria a proposito –forse sbagliatissima- è molto semplice: ogni volta che prendiamo il telefono in mano è per annullare uno stato d’animo negativo, come un senso di solitudine, di noia, di tristezza e così via. Su questa debolezza umana fanno leva gli smartphone/social. Però gli stati d’animo da cui scappiamo sono in realtà preziosissimi, fondamentali per la nostra crescita; e dovremmo ascoltarli di più, se non proprio andarci a braccetto per irrobustirci. E non è retorica. Prendiamo la solitudine: se sentita e accolta davvero può spingerci a uscire di casa per passare del tempo di qualità con qualcuno. La noia è il più grande motore creativo ecc. Non ascoltare simili stati d’animo invece, ibernarli con una continua distrazione (non ho nessuna competenza in materia va vado a intuito) farà si che questi si accumuleranno dentro di noi, e prima o poi usciranno tutti insieme. E allora sarà difficile rimettere insieme i pezzi. Quindi non ho profili, e non per snobismo, ma al contrario perché ero il primo a perderci un sacco di tempo. “Ma cosa significa perdere un sacco di tempo?” significa dedicare del tempo a qualcosa che non ha alcun valore, che non resta, che non ci arricchisce in nessun modo, come scorrere il dito per ore sui sederi di modelle su Instagram (bellissimi, per carità… ma ne hai visti tre li hai visti tutti). Quando esco di casa giro con un vecchio Nokia 3310. Non ho chat, Spotify, Youtube ecc. ma non perché sono alienato come un Mercuzio, ma al contrario perché mi piace essere consapevole nel quotidiano. Quando parlo con i miei coetanei pensano che sia matto, oppure che voglia fare il controcorrente a tutti i costi. Cercano di farmi (s)ragionare con frasi come “va bene, ma i tempi cambiano e bisogna adeguarsi alla novità.” I tempi cambiano passi pure, ma questo non significa che bisogna per forza incollarsi uno schermo in faccia per ore. Credo pure faccia male agli occhi.

Perché, secondo lei, oggi la gente, e soprattutto i giovanissimi, utilizzano in maniera così incontrollata i social? Perché c’è più interesse a saper usare Facebook o Instragram, piuttosto che leggere un buon libro?
Leggere un libro è faticoso, richiede tempo, pazienza, una qualità di cui il mondo istantaneo ci sta privando. La nostra attenzione è frammentata, e quindi preferiamo vantarci del nostro essere multitasking e fare tutto, che significa fare niente. Io credo che nel caso dei giovanissimi il discorso sia piuttosto semplice. Per farla breve: i genitori lavorano tanto. Sono stanchi. Non hanno le energie per occuparsi dei figli. Gli mettono in mano un Ipad, così stanno zitti. I bambini, per fuggire dalla solitudine di sopra, ci si attaccano come a un biberon. Il passo successivo è la dipendenza dai social. Nessuno ha colpe. Sono curioso però di vedere cosa ne sarà di questi bambini in futuro, che hanno come genitori Youtube e Instagram… forse diventeranno dei campioni di twerking. Per quanto riguarda la mia generazione (classe 92’) credo che il discorso sia più complicato. Non è né solo per se stessi (quanto sono bello) né solo per gli altri (voglio assolutamente tenermi in contatto con quella persona che ho visto per un minuto cinque anni fa e che vive dall’altra parte del mondo, e che mi stava pure antipatica) che ci sia crea un profilo sui social. Si è andato a formare negli anni una specie di narcisismo intrecciato e condiviso, reticolare: ho bisogno di te per dire a me che valgo, ho bisogno di tanti te, un voi enorme, che mi illudo sia la mia ombra, e che ammiro per sentirmi più grande e importante. Quell’ombra però è in realtà un nuvolone virtuale che ha oscurato la personalità di tutti quanti. Perché è successo questo? Non lo so. Forse molte persone hanno perso la capacità di ascoltarsi, hanno paura di farlo, non sanno cosa vogliono, e di conseguenza non trovano un Senso sensato verso cui indirizzare le proprie vite (io sono il primo). Questa totale mancanza di conoscenza di sé, porta la persona a cercarsi negli altri e nel loro consenso, che viceversa si cercano nel nostro. Mi viene naturale concludere che noi siamo gli altri e gli altri sono noi. Il problema più grande di questo meccanismo è dunque l’omologazione. Molti hanno interiorizzato quello che chiamo l’Occhio di Sauron: vale a dire la somma degli sguardi degli altri, degli ‘amici’ virtuali, dei followers che si sono sedimentati dentro di loro, e che sentono addosso costantemente, anche quando sono disconnessi. E’ come se il cervello non riuscisse più a distinguere i momenti che trascorriamo sui social da tutti gli altri. E così, per paura di sbagliare, di fare male, di fare una ‘figuraccia’ sotto lo sguardo fiammeggiante e senza palpebra del giudizio perpetuo, facciamo, anche nella realtà, quello che fanno tutti gli altri, che fanno quello che facciamo noi… un girotondo di una noia mortale. Questo è il momento in cui i miei amici direbbero che sono pesante. Quindi smetto.
Questa domanda è strettamente connessa alla precedente: sempre secondo lei, la gente, prima o poi, si renderà conto che così facendo non fa altro che perdere di vista i veri valori della vita? Si andrà sempre peggio o presto o tardi la gente tornerà agli antichi sentimenti?
Ricomincio: Ricordo che durante una conferenza un fisico molto importante spiegò la sua teoria dei ‘Tre Bigbang’. Secondo l’esperto si sono succeduti nella storia universale tre diversi Bigbang. Il primo Bigbang -lo conosciamo tutti- è quello che ha fatto nascere l’Universo. Poi c’è un altro Bigbang, quello che ha tirato fuori dalla materia inanimata la vita vera e propria, che distingue un sasso da una pianta. E poi il terzo Bigbang è quello che ha fatto nascere la ragione, che differenzia l’uomo dalla scimmia. Io penso ce sia stato un altro bigbang (che è più un Big-crunch), un quarto, esploso con la rivoluzione digitale: il “rincoglionimento” totale del genere umano. Un esempio: l’altro giorno passeggiando per strada mi imbatto in questa affermazione “non mi fare sorridere, mi devo fare una foto!” sentendo questo paradosso totale uscire dalla bocca di una ragazzina di quattordici anni ho riflettuto per un pomeriggio intero se andare o meno a vivere in un bosco. Ho pure comprato la tenda. Quindi da questo punto di vista non ho grandi speranze per il futuro. Credo comunque che per ristabilire i veri valori, che non si trovano più fuori, bisogna prima ricercarli dentro se stessi, e poi ridarli al mondo che se li è persi per strada. È un lavoro individuale.
Mercuzio e Virgilio: la storia di una grande amicizia, anche questo valore che, nostro malgrado, sta scemando. Lei ha un amico fidato? Un amico che sa di poter chiamare nel momento del bisogno?O oggi non ci si può fidare più di alcuno?
Anche se con le mie risposte apocalittiche posso sembrare un persona negativa e depressa in realtà sono molto solare e simpatico, e modesto. Cercherò di dimostrarlo con una battuta divertentissima: nel mio caso gli amici fidati che posso chiamare nel momento del bisogno sono molti, posso contarli sulle dita delle mani e dei piedi (ho-ho-ho). Ho la fortuna di avere molti amici che mi vogliono bene, e io voglio molto bene a loro. Ho un gruppo unito e numeroso con cui mi posso aprire anche fino al ridicolo. Mi fido di loro. Quando ho un problema più o meno grave li chiamo tutti quanti, mi dicono tutti cose diverse, e finisce che quando attacco mi ritrovo più confuso di prima, con la conseguenza che non voglio più avere amici. Però mi ritengo molto fortunato.
Vivrebbe mai come Mercuzio? Pensa che oggi ci sia qualcuno, eccetto gli anziani (anche se, forse, ci sono anziani che magari ne sanno più dei giovani in fatto di tecnologia), che rifiuti totalmente l’uso dei social?
Esiste ancora qualche sacca di resistenza, ma non lo sappiamo perché non può farsi pubblicità sui social. Quindi, forse, è come se non esistesse. Per esempio, nel mio gruppo di amici ci sono altri due ragazzi che dovrebbero essere ricoverati come me nel reparto di sanità mentale. Non hanno smartphone né social network. Ripeto, sono molto fortunato. In ogni caso l’uso dei social non si potrà rifiutare fino a quando la gente non rinuncerà alla ricerca dell’approvazione, che poi è l’altra faccia dell’invidia, che scaturisce da un vuoto. Nel momento in cui ci si libera dell’approvazione, si comincia a essere liberi, e più felici, e a ‘riempirsi’ con qualcosa che valorizza davvero, almeno per come la vedo io. Poi è chiaro che questo discorso riguarda le persone che utilizzano i social network in modo malsano, ma ce ne sono altre che riescono a gestirle in modo più equilibrato. Non vivrei come Mercuzio. Stavo pensando più a una vita alla Robinson Crusoe, su di un’isola deserta, lontano da tutto, mentre tutto collassa. Oggi sono particolarmente catastrofico.
Il suo romanzo, ad un certo punto, prende una piega inaspettata, un vero colpo di scena direi e, io stessa, ne sono rimasta profondamente colpita, anche se, lo ammetto, non mi aspettavo questo epilogo, ecco, senza svelare troppo sulla trama, se possibile, ci può motivare questa sua scelta?
Se fino all’epilogo sembra vi sia uno spostamento della vita nel romanzo, alla fine è il romanzo a irrompere nella vita. Con l’epilogo drammatico ho cercato di spiegare due cose, che però vanno insieme.
La prima, se passato e presente non comunicano soccombono entrambi, uno in un modo, uno in un altro. Il passato sta da un parte, il presente dall’altra, e il senso della narrazione umana dovrebbe essere il ponte sorretto da loro. Manca uno dei due appoggi? Crolla il ponte, l’altra parte si spezza, il senso precipita e siamo tutti confusi. Un presente senza passato è un presente senza senso, perché il passato, pur trovandosi dietro di noi, dovrebbe farci da guida. Un passato senza presente non esiste, perché alla fine il presente non è altro che la lente attraverso cui dovremmo osservare la nostra storia. La seconda cosa che ho cercato di spiegare con il finale è l’importanza della memoria. Il protagonista rimane in un limbo, perché –scusate la contraddizione- si ricorda di non avere più ricordi. Senza ricordi non si è nessuno, e Mercuzio alla fine non sa più chi è, dunque è libero di fare tutto.
Ha già in cantiere un nuovo romanzo?
Sto lavorando su di un altro libro. Spero solo che, una volta finito, piacerà all’editore. Sennò mi comprerò un Iphone di ultima generazione, mi farò mille selfie al giorno con il flash per stordirmi e svenire.
Molto bene, noi siamo davvero soddisfatti di questa bellissima intervista e speriamo di poterla riavere a breve qui con noi con un altra stupenda storia da raccontare!
