Il giorno che non ti ho ucciso
Narrativa contemporanea
Homo Scrivens
29 maggio 2026
Cartaceo - ebook
269
All’inizio degli anni ’70, mentre l’Italia brucia di lotte operaie e il Medio Oriente è lacerato dalle guerre, due destini lontani si incontrano a Pavia. Carla è una giovane operaia che combatte ogni giorno per i propri diritti; Omar è un profugo palestinese inseguito da una storia di perdita e violenza. Il loro incontro dà origine a un legame intenso e fragile, che cresce tra ideali, paure e distanze sempre più pericolose. Quando la realtà irrompe con violenza, separandoli tra Europa e Medio Oriente, restano solo parole nascoste, messaggi cifrati e la speranza ostinata di ritrovarsi. Tra fughe, clandestinità e scenari segnati dalla guerra e dal terrore, la loro storia si trasforma in una corsa contro il tempo. Il giorno che non ti ho ucciso è un romanzo potente e necessario, che racconta il coraggio di scegliere una via diversa quando tutto spinge verso la violenza.
E se la scelta più difficile e rivoluzionaria non fosse distruggere ciò che ci fa male, ma trovare il coraggio di salvare ciò che amiamo?
Ci sono romanzi che raccontano una storia e altri che, attraverso quella storia, ci invitano a guardare il mondo con occhi diversi. “Il giorno che non ti ho ucciso” di Sarah Mustafa, pubblicato da Homo Scrivens è uno di quei romanzi.
La vicenda de “Il giorno che non ti ho ucciso” si muove tra passato e presente, tra Italia e Palestina, dove la vita dei protagonisti incontra la Storia, quella con la S maiuscola, fatta di guerre, conflitti, lotte sociali e persone costrette a lasciare la propria terra.
Siamo nell’Italia del 1973, un Paese attraversato da grandi cambiamenti e da forti tensioni sociali. Sono gli anni delle lotte operaie, delle manifestazioni e delle battaglie per ottenere maggiori diritti e tutele.
Incontriamo Carla, una giovane donna che sceglie di lasciare gli studi per lavorare in una grande fabbrica. È una ragazza determinata, con le proprie idee e il desiderio di costruirsi un futuro. Entrare nel mondo del lavoro significa però confrontarsi con una realtà fatta di sacrifici e ingiustizie, ma anche di lotte condivise, solidarietà e
speranza.
Poi c’è Omar
Omar è un giovane palestinese che ha conosciuto troppo presto il significato della parola “sradicamento”.
La sua famiglia ha lasciato la Palestina e ha trovato rifugio in Giordania, dove lui cresce in un campo profughi.
Grazie all’interessamento del suo maestro, Omar ha la possibilità di studiare all’università, per lui è una grande opportunità, forse la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello che il destino sembra aver riservato per lui.
Carla e Omar provengono da mondi lontani, eppure sono più simili di quanto si possa pensare. Entrambi hanno ideali in cui credono e per i quali sono disposti a lottare. Entrambi conoscono il significato della parola “libertà”, anche se la vivono da prospettive differenti.
Ed è forse proprio questo a unirli.
Pagina dopo pagina de “Il giorno che non ti ho ucciso” , la storia personale di Omar si intreccia con quella collettiva.
Conosciamo la sua infanzia e la difficile vita nel campo profughi in Giordania, le conseguenze della Guerra dei Sei Giorni del 1967 e il suo arrivo in Italia, dove il destino lo fa incontrare con Carla.
Ma conosciamo anche Carla, la sua famiglia, le sue amicizie e quel mondo operaio degli anni Settanta che lotta per conquistare diritti che oggi, forse, rischiamo di dare per scontati.
“La presenza di quelle donne vestite di bianco il cui unico motivo di esistere era controllare ogni nostro movimento mi dava sui nervi”
Quando Omar ritorna in Giordania, Carla decide di seguirlo e si trova nel campo profughi dove lui è cresciuto, e per la prima volta, può vedere con i propri occhi una realtà che fino a quel momento aveva conosciuto soltanto attraverso i racconti.
Ed è qui che “Il giorno che non ti ho ucciso”, per me, diventa ancora più intenso.
Perché quando una sofferenza viene raccontata possiamo comprenderla, ma quando la guardiamo negli occhi diventa impossibile rimanere indifferenti.
Carla scopre la durezza della vita quotidiana di chi ha perso la propria casa, le proprie certezze, spesso anche i propri affetti. E comprende quanto possa essere doloroso vivere lontano dalla propria terra, con il desiderio di tornare in un luogo che, nonostante tutto, continua a vivere dentro di te.
Una condizione che, purtroppo, non appartiene soltanto al passato.
Sarah Mustafa racconta un passato fatto di ideali, proteste e battaglie. Ci porta negli anni in cui tanti giovani scendevano in piazza per chiedere un mondo più giusto, ma anche in un periodo segnato dalla violenza e dagli attentati.
E mentre leggevo, mi sono ritrovata a pensare a quanto la Storia possa entrare nelle vite delle persone comuni a gamba tesa pronta a sconvolgere i piani di migliaia di persone, cambiandone il destino e lasciando ferite che attraversano le generazioni.
Attraverso Omar, l’autrice racconta il dolore di un popolo profondamente legato alla propria terra e il desiderio di ritrovare le proprie radici.
La questione palestinese è un tema complesso e doloroso. Oggi parlarne può sembrare difficile, ma conoscere il passato è indispensabile per provare a comprendere il presente.
Sarah Mustafa sceglie di raccontare, senza trasformare il romanzo in un giudizio. Ricostruisce il contesto storico e lascia che siano le vicende dei suoi personaggi a parlare. E forse è proprio questo uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente, il lettore viene accompagnato a conoscere, a riflettere e a porsi delle domande.
Anche la storia tra Carla e Omar mi ha colpita.
Non è una storia d’amore convenzionale, di quelle che promettono felicità e un lieto fine. È un amore che cresce nel tempo, che deve fare i conti con le distanze, con le ferite e con tutto ciò che la vita mette sul cammino. È un amore imperfetto, fragile e proprio per questo, ai miei occhi, profondamente umano. Un amore che non cancella il dolore, ma prova a conviverci.
Per comprendere davvero il significato del titolo bisogna arrivare alla fine del romanzo. Ed è proprio lì che, personalmente, ho sentito più forte la presenza di Omar.
Ho ritrovato il bambino che era stato, e il ragazzo che era diventato ma non per questo disposto a perdere la sua umanità.
Un bambino che, prima che la Storia irrompesse nella sua vita, aveva ancora intatta la propria innocenza. Nonostante la vita difficile nel campo profughi.
Ed è ciò che mi ha lasciato maggiormente “Il giorno che non ti ho ucciso”, la sensazione che, in ogni conflitto, in ogni guerra e in ogni pagina della Storia, ci siano sempre delle persone.
Persone con un nome, un volto, dei sogni.
Persone che amano, che soffrono, che sperano.
E forse, alla fine, la vera rivoluzione è proprio questa, avere il coraggio di non dimenticarle.
Valutazione 5 stelle
Ringrazio la casa editrice Homo Scrivens per la copia cartacea