“Ma prossimo è il tempo in cui appassirò e vicina è la tempesta che appassirà le mie foglie. Domani verrà il viandante, verrà colui che vide la mia splendida bellezza, e volgendo gli occhi intorno nei campi mi cercherà, e non mi troverà”

È la lettura di questo inciso, tratto da uno dei Canti di Ossian, che tramuta l’amore perfetto di Werther in passione reale: il bacio diventa preludio di morte.

Non senza ragione ho deciso di partire quasi dalla conclusione del Classico di cui parleremo nell’appuntamento settimanale di oggi, con la rubrica “Dasempre & Persempre”. Die Leiden des junges Werther, o, com’è noto ai più, I dolori del giovane Werther, rappresenta un classico della letteratura tedesca di oltre metà Settecento e trova il suo momento apicale proprio nel momento in cui il sentimento provato dal suo protagonista si afferma in tutta la sua forza con la morte.

La prima edizione del romanzo risale al 1774 e fa parte delle opere giovanili di Johann Wolfgang Goethe. Nonostante la giovane età dell’autore, l’opera riscosse molto successo sia in positivo che in negativo. Nel primo caso, veniva esaltato il modo in cui veniva affrontata la tematica dell’amore; nel secondo caso, si contestava quella sorta di “ricerca del suicidio” che traspariva dalle pagine. Sembrava quasi che la massima espressione e attuazione dell’amore si rinvenisse solo in un gesto eclatante e coraggioso, quale il suicidio.

Ma l’opera va ben oltre ciò e lo si nota fin dalle prime lettere. Parliamo, infatti, di un romanzo epistolare unilaterale, in quanto composto dalle sole lettere inviate da Werther a Guglielmo, il suo interlocutore immaginario. Werther parla a se stesso, scrive quanto gli accade, riflette sulla vita, vive l’amore nei suoi momenti di estasi e di sconforto. Le risposte che lui immagina gli dia Guglielmo si evincono talvolta dalle lettere di controrisposta; altre volte Werther scrive a Carlotta, il suo grande amore; una volta ad Alberto, lo sposo della sua amata. Alle lettere, poi, fa seguito la narrazione di Guglielmo/Goethe, che descrive i momenti precedenti la morte di Werther, conosciuti grazie alle testimonianze delle persone a lui vicine in quei giorni.

Spesso sentiamo che ci manca qualche cosa, e proprio quel che ci manca ci sembra di trovarlo in un’altra persona alla quale attribuiamo tutto ciò che noi pure abbiamo, e inoltre una grazia ideale. Così immaginiamo l’uomo felice. Ed esso è una creatura della nostra fantasia

Lo stile della narrazione non è molto fluido, ma aulico, come si può notare dalla citazione. I temi trattati non aiutano in tal senso: Werther discorre di filosofia, di religione, di morale, di etica. Esprime i suoi sentimenti con maestria, a volte anche in modo contorto (in alcune lettere, non riuscendo a raccontare un episodio per la troppa emozione o ad esternare un sentimento perché tormentato, si ferma, lasciando in sospeso il discorso e parlando di altro).

Werther rappresenta l’uomo-icona dell’epoca: a cavallo tra due secoli, tra due modi diversi di interpretare la realtà, tra due correnti letterarie (una in via di decadenza, l’altra di formazione). Il romanzo non è illuminista, nonostante dell’Illuminismo vi si trovano tracce (basti pensare alla figura di Alberto, che lo incarna appieno, nei suoi modi di fare razionali); non è romantico, nonostante il grande spazio che viene dato ai sentimenti. Non appartiene forse ad un’epoca in particolare: racconta una storia e lo fa nel modo più travolgente possibile.

Tutto è amplificato: l’amore di Werther per Carlotta è sublime, pieno, quasi irreale. L’affetto di Carlotta per Werther è sincero, a tratti vicino all’amore. Un amore, tuttavia, che mai travalica gli impegni coniugali; mai è irrispettoso; mai malizioso. Eppure porta a tragiche conseguenze, perché è un amore che, morto Werther, le fa venire meno il corpo e il cuore. Alberto è il personaggio che definiremmo “normale”: vive in modo posato, ragionato. Affronta il fastidio derivante dalla sempre più assidua vicinanza di Werther a sua moglie con raziocinio, limitandosi ad invitarla ad evitare visite troppo frequenti dell’amico. Lo scontro tra la razionalità e il sentimento incarnano appieno i due personaggi.

Eppure, il suicidio non è il frutto di questa amplificazione. Rappresenta, anzi, un atto di coraggio: Werther elabora la morte man mano che vive il suo sentimento. Un sentimento che prima lo rende gioioso, poi felice, poi lo addolora, lo mortifica, lo tormenta. E nel momento di massimo tormento, un bacio rubato lo riporta alla realtà, quella cruda realtà in cui la donna che ama appartiene ad un altro. Una realtà in cui egli stesso ha oltraggiato questo amore: non può più sopportare ciò. Werther deve affrontare questo amore, morendo per esso.

Cosa ha portato questo romanzo a divenire un classico della letteratura universale?

A mio parere, al di là della storia d’amore in sé, il modo attraverso il quale la tematica dell’amore viene trattata. “Ho tanti sentimenti in me e l’immagine di lei sovrasta tutti; ho tante cose, e senza di lei ogni cosa si dissolve”: Goethe attribuisce a Werther una sensibilità che pervade l’anima. I sentimenti del giovane tormentato sono espressi con un sentimentalismo che riduce di molto la distanza tra il personaggio e il lettore. E questa caratteristica non è proprio di tutti i romanzi d’amore, neanche di quelli più conosciuti.

Il cuore di Werther diventa il nostro, così com’è stato quello di Goethe: è risaputo che la storia narrata è in parte quella dell’autore, innamorato di una donna sposa di altro uomo. Goethe non si suicida; a lui basta raccontare la sua storia, pur senza condividerne l’epilogo. Un epilogo, che, tuttavia, non lascia indifferenti e consente al lettore di partecipare di questo amore vivendo con Werther un anno e mezzo di sentimento ed emozione.

Scritto da:

Alice

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.