La principale caratteristica dell’arte di Shakespeare consiste nel suo potere di creare personalità attraverso le parole, che rivelano anche la psicologia dei personaggi stessi. È questa l’essenza del suo genio e la ragione della sua perdurante importanza nei secoli.

Come spesso osservato, le narrazioni delle opere di Shakespeare sono quasi tutte il frutto di adattamenti tratti da fonti del passato (basti pensare alle opere teatrale ispirate ai grandi personaggi di Roma antica). I suoi personaggi, siano essi principali o secondari, sono strutturati in modo complesso e sono dotati di un linguaggio ricco e forbito.

Il primo passo da fare per apprezzare al meglio l’arte del drammaturgo inglese di fine ‘500 e inizio ‘600 consiste nell’acquisire una sufficiente padronanza della sua lingua e dei suoi significati. I suoi personaggi sono parlanti e ogni loro voce si differenzia dall’altra nonostante il vocabolario usato (elisabettiano-giacobino) e la metrica costante del pentametro giambico. Questo linguaggio “datato” non deve però confondere: i dialoghi che leggiamo celano naturalezza, così da farci accostare, senza troppi problemi letterari, la figura di Claudio a quella di Gertrude, o quella di Orazio a Polonio, o  ancora allo stesso Amleto, che risulta essere il personaggio shakespeariano più ricercato e intellettualmente penetrante e sofisticato tra tutti.

Eppure oggi, in occasione del nostro incontro con la rubrica “Dasempre & Persempre“, non voglio soffermarmi su ciò che possiamo leggere da intere librerie dedicate all’arte dii Shakespeare, ma riflettere con voi su alcune suggestioni che mi consentono di leggere appassionatamente le opere del poeta inglese.

Più di un secolo dopo, Hegel ha definito i personaggi shakespeariani come “artisti liberi di se stessi” e non mancherebbero esempi per confermare ciò: Amleto, Macbeth, Iago sono, infatti, poeti improvvisati, pagliacci, brillanti filosofi e lo sono mentre fanno esperienza dei drammi delle loro vite. Drammi che tentano di risolvere, analizzare, controllare o addirittura riprodurre (come fa Amleto con la sua trappola per topi, ad esempio). O come accade ad Otello che elabora una commedia all’interno di un’altra commedia, lasciata poi nell’orbita dell’improvvisazione dei personaggi. Personaggi che da attori guidati dal regista, diventano attori improvvisati e naturali, intenti a vivere le loro vite.

Una meraviglia letteraria!

Ma non è tutto. Altro aspetto letterariamente meraviglioso è la capacità dei personaggi shakespeariani di osservarsi (essi stessi) mentre parlano o pensano, in una sorta di auto-espressione o auto-ascolto.

Sembra quasi che i personaggi conoscano se stessi, sappiano come agire, sappiano chi sono nonostante vivano un dramma che non comprendono appieno ma che cercano di vedere come se si stessero specchiando. Recitano la loro parte, facendosi rappresentanti di sé, ma anche di chi fa da spettatore alle loro vite.

I personaggi di Shakespeare ci somigliano: sono dotati dei tanti tratti caratteristici delle nostre svariate personalità. Sono umani! È qui che, a mio parere, posa tutta la grandezza del Maestro inglese: i soliloqui attraverso cui gli attori esprimono i loro pensieri, i loro sentimenti, i loro conflitti interiori non sono altro che l’espressione delle nostre meditazioni, di quelle riflessioni che molto spesso lasciamo al silenzio del nostro inconscio e che Shakespeare tira fuori.

E ascoltare questi personaggi, che pensano e cercano di dare un senso alla propria vita e alla propria natura, mette in moto tutto un groviglio di movimenti interiori che, come un vortice, agiscono sullo spettatore che, inconsapevolmente, si ritrova a specchiarsi in ciò che vede.

Shakespeare non era solo un grande artista: è riduttivo. Lui era ed è l’anima dei suoi personaggi, dei suoi attori… dei suoi spettatori, e quindi la nostra!

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