Una frase che si ci aspetta essere pronunciata da una donna che, da romantica sognatrice, si immedesimi nel personaggio-icona dell’incontentabilità che – diciamolo pure! – contraddistingue le donne, facilmente dedite ai capricci gioiosi della vita.

E invece no! Lo slogan, il manifesto “Madame Bovary sono io” si deve ad un uomo, e in particolare al padre stesso del personaggio-icona, Emma. Una frase che, quindi, è andata al di là di ogni differenziazione di genere, così come di tempo e di spazio!

Eppure credo che Gustave Flaubert, quando immaginò la sua Madame Bovary, non pensava affatto ad una trasposizione di se stesso nella protagonista. È stata la penna, unitamente ai suoi sentimenti (ben contenuti nell’opera), a prendere il sopravvento e a travolgere il suo animo, ma anche i suoi personaggi.

Siamo nel pieno Ottocento, ma non ci confonda troppo questo discorrere di sentimenti!

Nonostante la corrente letteraria di riferimento dell’epoca sia il Romanticismo, e nonostante Flaubert si unisca sentimentalmente alla sua protagonista, Madame Bovary è un’opera che di romantico ha poco, se non il “fuoco” dei diversi sentimenti che costernano il romanzo. Essa apre le strade al racconto realista, e lo si nota fin dalle prime pagine.

Come sono solita fare per la rubrica “Dasempre & Persempre”, non mi soffermerò sulla trama del romanzo. Sarebbe quasi un’offesa per noi amanti dei Classici! Condividerò, invece, con voi le riflessioni che ha suscitato in me la storia di Emma e (questo lo scrivo in modo molto cauto) alcune criticità che, a mio parere, possono essere sollevate a riguardo, nonostante Madame Bovary resti uno dei libri che non può né deve mancare nelle nostre biblioteche!

 “Emma cercava di sapere che cosa si intendesse di preciso nella vita

con le parole felicità, passione ed ebbrezza,

che le erano sembrate così belle nei libri”

Alla prima lettura, alla seconda, alle successive (si perché mi piace rileggere a distanza di tempo – anche molto – gli abitanti della mia libreria), non è mai mutato il flusso di pensieri che veniva innescato da questa frase! Emma siamo noi! A chi non è capitato di aspettarsi di vivere nella realtà ciò che ha letto nei suoi libri? È una fantasia incontrollabile, dettata dall’emozione, dalla passione che impieghiamo nella lettura. Tutto parte da qui: Emma è una lettrice; legge e sogna; legge e spera; legge e desidera. E se la realtà le risulta del tutto diversa da quanto letto, sprofonda nello sconforto, abbandonando ogni idea di rinascita… fino a quando le pulsioni del suo animo non sono stimolate dal proibito!

Come lei e la sua storia non potevano diventare Classico della Letteratura francese?

Eppure ha resistito; eccome se ha resistito. Durante i suoi primi incontri con Léon e la conoscenza con Rodolphe ha evitato di cadere nella tentazione, fin quando le emozioni hanno preso il sopravvento sul suo corpo e la sua coscienza. Emozioni che invero non si riducevano all’amore e alla passione amorosa! È il contorno che rende Emma viva: le fughe da casa al mattino presto dopo che il marito Charles è uscito di casa per visitare i suoi malati; l’entusiasmo per ciò che sta per fare; l’illusione che tutto sia come ha sempre sognato.

Ecco, l’illusione! Tema cardine del romanzo. Emma, da sognatrice qual è, si illude continuamente di raggiungere quel vortice di sentimenti che rendevano la vita delle protagoniste dei suoi libri movimentata, frenetica, mai noiosa e apatica. Ma questa meta è così inarrivabile? Si, Emma vive le sue passioni, i suoi desideri… ma sono relegati a quei momenti! Nulla le riempie l’animo, come sperato. E non parliamo solo di passioni amorose: neanche lo shopping sfrenato riesce a colmare i vuoti della sua anima, nonostante gli indebitamente in cui incorre. E se, nella fase iniziale del suo tormento emotivo, cerca di trovare ristoro nella religione, vi rinuncia, non trovando in essa l’accoglienza premurosa di cui aveva bisogno (il prete del paese era troppo indaffarato a rincorrere i ragazzi del catechismo, o forse troppo incapace di gestire quei sentimenti contrastanti che fuoriuscivano dagli occhi di quella donna).

Charles, il marito dottore, colui dal quale parte la narrazione, vive altrettanto di illusioni. È un illuso: crede di avere avuto la moglie che si meritava (sto parlando della prima signora Bovary), conosce Emma e si illude di amarla (ama lei o la vita da marito accasato che aveva voluto per sé?), crede di avere la famiglia perfetta, allietata anche dall’arrivo di una bambina (altra insoddisfazione di Emma, che desiderava tanto avere un maschietto), degli amici che lo stimano e gli vogliono bene. Tutto preso dalle sue illusioni, è un cieco: Tozzi lo definirebbe il personaggio “dagli occhi chiusi”. Non si accorge (o forse non vuole) delle chiusure della moglie, delle sue depressioni, dei suoi malumori, dei suoi gesti privi di sentimento, degli intensi sguardi dedicati ad altri (non di certo a lui!).

Cieca è la società: una società che Flaubert non manca di criticare nel suo romanzo. Una società che si preoccupa della forma, della ricchezza, dei propri tornaconti; una società brava a giudicare, fingendo di essere cieca. Ecco la realtà che lo scrittore non accettava per sé e non accetta per il suo personaggio protagonista. Eppure, sembra che evadere da questa società non fa altro che portare alla distruzione totale: Emma comprenderà che l’unica soluzione possibile per alleviare i danni materiali e soprattutto morali è abbandonare per sempre le sue illusioni.

“Sempre doveri, non ne posso più di queste parole.
Sono un mucchio di vecchi imbecilli in panciotto di flanella e di bigotte con lo scaldino e il rosario che ci cantano continuamente nelle orecchie: il dovere! il dovere!
Eh! Perbacco! Il dovere è capire ciò che è grande, amare ciò che è bello e non accettare tutte le convenzioni della società, con le ignominie che questa ci impone”

Nella citazione di cui sopra, sembra proprio che sia stato il nostro autore a parlare. Lui è un narratore, invero, freddo: si limita a raccontare scientificamente quanto accade, senza troppo indugiare sulla psiche dei personaggi. Un dato, questo, che si ricollega ad una delle criticità a cui avevo accennato all’inizio dell’articolo. Leggiamo la storia di Emma, ma in realtà stiamo osservando la vita della società di metà Ottocento. Emma, così come tutti gli altri personaggi, non sono altro che il quotidiano.

Il pregio di Emma, che la rende protagonista della vicenda? Aver cercato, invano, di opporsi a ciò, di evadere. Ma senza un risultato favorevole. Il messaggio di Flaubert è che questa società sia invincibile?

Eh no! Flaubert è il narratore di se stesso e per se stesso. Non vuole ergere Emma a eroina, a vincitrice, a perdente, a poco di buono. Non è nelle sue intenzioni! “Madame Bovary sono io”: io che ho vissuto in questa società che vince. Non a caso, l’unico lieto fine ravvisabile nel romanzo riguarda Homais, il farmacista. Un lieto fine che, invero, di lieto ha ben poco se non il fatto di confermare l’idea di una società mediocre e debole.

O forse, il lieto fine lo ritroviamo nel fatto che ancora oggi leggiamo Madame Bovary come se fosse scritto ai nostri giorni? Il realismo di Flaubert resiste nei secoli! Lui continua ad essere Madame Bovary!

 

 

Scritto da:

Alice

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.