Ritornano gli appuntamenti con la rubrica “Dasempre & Persempre”, dedicata al mondo dei classici!
Oggi, Arianna si soffermerà su un aspetto davvero peculiare del noto romanzo di Thomas Hardy, “Due sulla Torre”, uno degli intramontabili classici della letteratura inglese di fine Ottocento.
“Di notte, quando le armonie e le discordie umane tacciono per quasi dodici ore, non vi è nulla che attenui il colpo che l’infinitamente grande, l’universo stellare, infligge all’infinitamente piccolo, la mente di chi guarda”.
Pubblicato nel 1882, “Due sulla Torre“ è considerato uno dei lavori minori di Thomas Hardy e, a suo tempo, fu un romanzo aspramente criticato per alcuni contenuti che poco si confacevano alla morale vittoriana. Per informazioni ulteriori e per un’analisi personale e ad ampio spettro del libro, vi rimando alla recensione che potete trovare qui.

A prescindere dal contenuto del romanzo, che potrebbe attrarre un lettore romantico, ma lasciare indifferente un lettore più razionale, ciò che rende questa lettura particolarmente interessante sono i numerosi riferimenti astronomici.
In quest’opera, più che nelle altre, Thomas Hardy fa sfoggio di un sapere scientifico approfondito e mostra al lettore quello che potremmo definire lo stato dell’arte delle conoscenze astronomiche in epoca vittoriana.
La protagonista della storia è Lady Constantine, un’aristocratica tenuta in ostaggio e clausura da un marito geloso ed egoista che, da anni, senza dare notizie di sé, è scomparso in Africa. Un giorno, di ritorno a casa, decide di salire su una torre di sua proprietà, che riteneva abbandonata da tantissimo tempo. È lì che incontra Swithin St. Cleeve, un giovane aspirante astronomo, descritto come “Una bizzarra mescolanza di ardore scientifico e sfiducia malinconica verso tutte le faccende umane”.
Swithin stupisce la donna con i suoi discorsi sulla vastità dell’universo e sull’insignificanza del nostro posto nel cosmo, mostrandole le maggiori bellezze del Sistema Solare e non solo. Leggiamo infatti che:
“A mo’ di preliminare, Swithin girò il telescopio verso Giove e le mostrò la magnificenza di quel globo. Poi puntò lo strumento verso la forma di Saturno, meno luminosa. «Qui», disse, prendendo l’abbrivio sull’argomento, «vediamo un mondo che è, a mio parere, di gran lunga il più meraviglioso del sistema solare. Immagini un flusso di satelliti o di meteore che scorre intorno al pianeta come un volano, così compatto da sembrare materia solida!». Si addentrò progressivamente nell’argomento e le sue idee presero slancio man mano che proseguiva, come i suoi cari corpi celesti”.
E ancora:
“[…] «Bene, usciremo completamente dal sistema solare… Nel nostro volo, ci lasceremo alle spalle tutto il gruppo del sole, dei pianeti primari e secondari… come un uccello lascerebbe il suo cespuglio per addentrarsi in volo nella foresta. Allora, che cosa vede, Lady Constantine?». Puntò la lente acromatica verso Sirio.
Rispose che vedeva una stella brillante, anche se sembrava soltanto un punto luminoso.
[…] «Questo perché è così lontana che nessuna lente d’ingrandimento porterà la sua grandezza oltre lo zero. Benché sia definita una stella fissa, come tutte le stelle fisse si muove a velocità inconcepibile; nessuna lente, però, riuscirà a mostrare qualcosa di diverso dalla quiete»”.
Attraverso le parole di Swithin, Hardy ci spiega di cosa sono fatti gli anelli planetari di Saturno: un fitto ammasso di polveri e rocce di svariate dimensioni, che orbitano attorno al pianeta. E soltanto poche righe dopo, ci spiega anche il motivo per cui le stelle, a differenza dei pianeti, ci appaiono così piccole all’oculare del telescopio, esperienza che crea sempre disappunto e dispiacere in chi si avvicina per la prima volta all’osservazione del cielo stellato.
Sempre attraverso la voce del giovane astronomo, l’autore ci spiega che una delle stelle più vicine alla Terra, visibile dall’emisfero settentrionale, si trova nella costellazione del Cigno.
“[…] Partirono insieme verso Urano e i misteriosi confini del sistema solare; dal sistema solare verso una stella della costellazione del Cigno, la stella fissa più vicina del cielo settentrionale”.
La stella più vicina alla Terra (fatta eccezione per il Sole) è Proxima Centauri con i suoi 4.22 anni luce di distanza. Si trova nella costellazione del Centauro, ma è visibile solo dall’emisfero australe. Tra le stelle visibili dal nostro emisfero, una di quelle più vicine, come correttamente scritto nel romanzo, è proprio all’interno della costellazione del Cigno. Si tratta di 61 Cygni, la cui distanza fu stimata, per la prima volta, nel 1838 da Friedrich Wilhelm Bessel, astronomo presso l’osservatorio di Königsberg.
Sfruttando il metodo della parallasse, Bessel misurò la sua distanza dalla Terra, quantificandola in circa 10.4 anni luce, un valore molto prossimo a quello, oggi accertato, essere pari a circa 11.36 anni luce.
Tra un’osservazione e l’altra, un sentimento sempre più profondo si fa strada tra i due protagonisti. Decisamente innamorata del giovane, Lady Constantine finisce per fargli dono di un nuovo telescopio equatoriale. “Che cosa sarebbe?” vi starete chiedendo. Anche qui ci viene incontro Hardy:
“«Che cos’è?».
«In breve, una cosa impossibile. È uno strumento meraviglioso con l’obiettivo che ha un’apertura, diciamo, di otto o nove pollici, montato con l’asse parallelo a quello della terra ed equipaggiato con cerchi graduati per indicare ascensioni e declinazioni; oltre ad avere oculari speciali, un cercatore e ogni genere di strumento… un meccanismo a orologeria per far seguire al telescopio il moto nella giusta ascensione… non riesco a spiegarle nemmeno la metà delle funzioni. Ah, un equatoriale è una gran cosa!»”
E come dargli torto! Senza una montatura equatoriale esisterebbero probabilmente meno astrofili e ne risentirebbe di sicuro l’astrofotografia. Non sarebbe, infatti, possibile scattare fotografie a lunga esposizione, perché il moto di rotazione della Terra causerebbe la formazione delle tipiche scie, visibili negli startrail.

Ma torniamo ai nostri personaggi. Grazie al telescopio equatoriale, Swithin riesce a scrivere un articolo su una nuova scoperta astronomica, relativa alle stelle variabili, e invia una copia a Greenwich, una alla Royal Society e un’altra ancora ad un importante astronomo. Tuttavia, i suoi sforzi si rivelano presto vani perché un suo rivale aveva fatto la stessa scoperta poche settimane prima.
Nella disperazione più totale, tenta addirittura il suicidio, ma per sua fortuna una nuova cometa appare nei cieli.
Claire Tomalin, nella sua biografia di Hardy, nota che l’autore osservò un tale fenomeno celeste (la cometa di Tebbutt) nel giugno 1881, che può essere stata una possibile ispirazione per la stesura del romanzo. Per coincidenza, quando il libro fu pubblicato in un unico volume nell’ottobre 1882, dopo la prima pubblicazione a puntate sull‘Atlantic Monthly, i lettori poterono ammirare contemporaneamente la famosa Grande Cometa del 1882.
“«Oh, nulla signore», ribatté la donna, guardando fuori dalla finestra con apatica tristezza. «Dicono che c’è una cometa».
«Una che?», disse l’astronomo morente, sollevandosi sul gomito.
«Una cometa e basta, mastro Swithin», ripeté Hannah a voce più bassa, temendo di aver combinato un guaio.
«Suvvia, dimmi, dimmi! È quella di Gambart… è quella di Carlo V o quella di Halley, di Faye o di chi?»”
In passato, le comete erano considerate presagi di sventure e, forse, non è un caso che, esattamente in questo punto del romanzo, Swithin distolga lo sguardo dal telescopio abbastanza a lungo da notare – e ricambiare – le attenzioni di Lady Constantine.
Da questo momento, la trama inizia ad ingarbugliarsi in una rete di fraintendimenti e l’aspetto astronomico viene messo momentaneamente da parte, per poi ritornare in maniera preponderante quando Swithin parte per un tour mondiale, allo scopo di studiare i fenomeni celesti da altre latitudini.
Questo lo porta a Cape Town per osservare, tra le altre cose, il transito di Venere. Hardy non inserisce date precise nel suo romanzo, ma questo avvenimento si rifà molto probabilmente al transito di Venere, avvenuto il 6 dicembre del 1882.

“Sprecò diverse settimane, in effetti più di due mesi, in una perlustrazione relativamente oziosa delle novità meridionali, concedendosi semplicemente il lusso di osservare alcuni oggetti stellari le cui meraviglie erano note, riferite e classificate da molto prima che si sentisse anche solo parlare di lui. Con la semplice gioia di un bambino, concesse al suo strumento di vagabondare, sera dopo sera, dal magnifico scintillio di Canopo alle indistinte Nubi di Magellano”.
Non pago delle bellissime descrizioni del cielo settentrionale, Hardy fa sognare i lettori dell’epoca anche con le descrizioni del cielo meridionale, citando due delle meraviglie che lo caratterizzano: Canopo, la seconda stella più luminosa del cielo (la prima è Sirio), e le Nubi di Magellano, due piccole galassie che orbitano intorno alla nostra Via Lattea, come satelliti. Sono entrambe visibili ad occhio nudo dal cielo notturno dell’emisfero sud e prendono il loro nome da Ferdinando Magellano, poiché furono descritte nel resoconto della spedizione da lui guidata.

Dopo il soggiorno a Cape Town, Swithin torna a casa con tutto il materiale necessario alla realizzazione del suo trattato di astronomia. Non si sa per certo se le sue scoperte riceveranno il beneplacito della Royal Society, ma la sua carriera da astronomo sembra finalmente spiccare il volo.
Non ci sarà, tuttavia, un lieto fine per quanto riguarda il suo rapporto con Lady Constantine; ma questo è perfettamente in linea con le storie di Hardy e, soprattutto, con la morale vittoriana per cui una donna ricca, in là con gli anni, e un giovane uomo, di umili origini ma nel fiore degli anni, non potevano che essere incompatibili.
Il messaggio che ci lascia questo romanzo è universale e senza tempo. Thomas Hardy, attraverso le parole del suo protagonista, ci ricorda che noi esseri umani non siamo altro che i fortunati abitanti di una minuscola porzione dell’universo, infinitesima per dimensioni, ma estremamente speciale.
Speciale perché, per citare il famoso astronomo Carl Sagan:
“La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto”.
