“Non vogliamo più la realtà: ridateci il sogno, il riposo nell’ombra dell’ignoto”

Un manifesto? Quasi!

Queste sono le parole pronunciate da quei poeti di inizio Novecento che non si ritrovano più nella realtà che li circonda, troppo avvezza al progresso e al materialismo e poco sensibile verso i valori della società e del genere umano.

È importante comprendere il contesto storico di riferimento per discutere insieme sul poeta e la sua poesia che saranno oggi i protagonisti del nostro appuntamento settimanale con la rubrica “Dasempre & Persempre“, oggi dedicata ai Classici della Letteratura italiana. Dopo esserci confrontati sul pessimismo leopardiano, ho pensato di presentarvi un’altra forma di pessimismo italiano, a tratti simile e a tratti dissimile.

Parlo di Giovanni Pascoli e di quella che, a mio parere, costituisce il fulcro, il “nido” di tutta la sua poetica e vita, ossia La mia sera. Ma prima di addentrarci nei meandri pascoliani, come dicevo, occorre effettuare una breve disamina su questo movimento poetico reazionario che si sviluppò proprio nel passaggio da un secolo all’altro e che influenzò tutti gli orientamenti letterari del successivi decenni.

Il Decadentismo costituì proprio il termine più adeguato a descrivere la realtà: una realtà, appunto, in decadenza, che costrinse i poeti a chiudersi in se stessi, a ricercare altrove il senso della vita. E in Italia si svilupparono due modi di intendere il Decandentismo: quello dannunziano, incentrato sul “Superuomo” di Nietzsche, una personalità che vive libero, scevro dalle regole e dai valori della società in cui vive; e quello proprio pascoliano, incentrato sull’Io interiore e sulle semplici cose di cui è fatta la realtà.

I Canti di Castelvecchio costituiscono una raccolta poetica, pubblicata nel 1903, successiva a Myricae sia dal punto di vista cronologico che stilistico ed emotivo. Vi si ritrova, infatti, un Pascoli più maturo nello stile e più profondo nei sentimenti, avendo maturato più a fondo le esperienze della sua vita.

Molto, infatti, della biografia pascoliana è presente nelle sue opere: le tragedie che hanno colpito la sua famiglia, tra cui l’assassinio del padre perpetrato in quel X Agosto, è stato l’inizio da cui tutto, poi, si è diramato. Dolori, sofferenze, delusioni (anche politiche) hanno indotto il poeta a ricercare nel suo mondo interiore quella perfetta realtà a cui tutti dovrebbero aspirare. E da ciò si sviluppa il suo pessimismo, consistente nella rinuncia alla felicità, valore rinvenibile solo in una dimensione alternativa alla vita, ossia la morte.

La summa della poetica di Pascoli

Tra le molteplici poesie di Giovanni Pascoli, sostengo che quella che, da sola, basterebbe a descrivere e a comprendere il poeta sia La mia sera. E questo potrebbe sembrare evidente fin dall’aggettivo possessivo “mia” che domina nel titolo e segna il senso di appartenenza a chi scrive di tutto ciò che verrà espresso da quel momento in poi.

La poesia racchiude, infatti, la metafora della vita: la “tempesta” che costerna l’intera esistenza e che porta seco tutte le tristezze e le ingiustizie della vita, termina sul far della sera, colorandosi di rosa, preludio di serenità. Un far della sera che è associato alla vecchiaia e al raggiungimento imminente della morte, dove tutto ciò che fa parte della realtà cessa e dove si assiste al ricongiungimento con ciò che la vita ha tolto all’uomo. Quel “nido”, che per Pascoli è il rifugio da tutto e tutti e che è stato violato con l’assassinio del padre, finalmente può ricostituirsi dopo la morte.

La poesia, così come l’intera poetica pascoliana, è ricca di simbolismo: il fatto che il poeta ricerchi il verso senso della realtà nelle piccole cose, attribuisce a queste un doppio valore: uno reale, l’altro “essenziale” e, spesso, questa essenzialità è svelata dietro metafore, fonemi, allegorie, linguaggi quasi musicati.

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!

Dopo i “lampi” del giorno (e della vita), ecco che finalmente arrivano le stelle, “tacite”, che introducono la “pace” della sera. La metafora della vita è qui presente in pochi versi: introduce l’opera, ma, come vedremo, la continuerà e la concluderà.

La descrizione realistica di ciò che circonda il poeta contiene, invero, uno stato d’animo e un significato che vanno al di là di tutto: eppure le tematiche sono le medesime che rinveniamo nell’intera opera di Pascoli. La natura, il ciclo della vita, la morte sono una costante; così come il ricordo dell’infanzia e il “nido”.

Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.

Continua, in questa seconda strofa, l’intenso rapporto di chi sta scrivendo con la Natura che simboleggia la sua vita trascorsa: ancora, dall'”aspra bufera” si perviene ad un “dolce singulto” quando arriva la sera. Ed è inevitabile che sia così: le stelle “devono” aprirsi e non potrebbero non farlo in un cielo che ormai è divenuto “sì tenero e vivo”.

È, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.

Da questo momento è più intensa la presenza del poeta e delle vicissitudini della sua vita. Quel “dolore”, provocato dalla morte del padre e mai terminato, rimbomba ancora nell’aere, ma ora finalmente “riposa”! E nell’immagine del crepuscolo, non riesco a non rinvenire una forma di ottimismo (così come presente in quella sola ginestra nel deserto leopardiano che, fiera, si erge dal terreno arido).

Forse pecco di romanticismo o di ottimismo? Eppure non riesco a non pensare a qualcosa di positivo nel guardare, nel contemplare o nel solo immaginare un crepuscolo.

Seppure solo sul far della sera, il poeta decadente, chiuso, sofferente, avvilito dalla vita riesce a osservare il “rosa” della sera e a renderlo in versi, seppure solo a seguito di un’esistenza di sofferenze.

Che voli di rondini intorno!
che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Né io… e che voli, che gridi,
mia limpida sera!

Prosegue il ricordo della propria infanzia attraverso la personificazione della Natura. Anche Pascoli, come gli uccellini, non ha avuta la “parte” della sua cena: ha perduto suo padre nel modo più crudo e brutale possibile e lo ha perduto senza essere ristorato della perdita neanche dalla giustizia. Quelle grida, quei voli… eppure la sera si fa “limpida” e dà spazio ad altri ricordi…

Don… Don… E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra…
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era…
sentivo mia madre… poi nulla…
sul far della sera.

E il suono delle campane continua a portarlo indietro nel tempo, ai “canti di culla” e a sua madre. In questa strofa, credo vi sia l’immagine della ricostituzione del nido familiare che sta per aversi e che si avrà definitivamente con la morte del poeta (almeno lui così immagina).

E la poetica del fanciullino?

Beh, considerando questa la poesia che, da sola, potrebbe rappresentare l’universo pascoliano, potremmo forse chiederci dove si rinvenga la rinomata Poetica del Fanciullino, elemento centrale della raccolta Myricae, che (come detto) precede i Canti di Castelvecchio.

Ebbene, il fanciullino è insito in ogni parola resa in versi da Pascoli. Anche nella tarda età, il fanciullino è sito nell’animo, nella incessante ricerca dell’essenza delle cose, dell’intimo significato di tutti gli elementi che compongono la realtà, di ogni sentimento. Una sorta di stile di vita che fa talmente parte del poeta, da non potersene distaccare, neanche volendolo.

Come un fanciullino, occorre meravigliarsi di tutto: di un fulmine, di cui solo il fanciullino può comprendere la fragilità; del “gre gre” delle rane, che solo il fanciullino può ascoltare, e non solo sentire; delle foglie, di cui il fanciullino solo può percepire il tremore e la gioia che ne consegue (un ossimoro che solo lui può sciogliere). E si potrebbe continuare in questo modo con ogni immagine evocata nel testo.

Un fanciullino a cui, forse, dovremmo di nuovo imparare a dare ascolto…

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