“Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi”

Eh si… a chi non piace, soprattutto dopo una giornata piena fisicamente ed emotivamente o dopo una particolare fase della propria vita, stendersi sul letto e chiudere gli occhi? Eppure, gli occhi chiusi di Paolo hanno ben altro significato.

Come avrete capito, il Classico di cui parleremo oggi in occasione della rubrica “Dasempre & Persempre“, è Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, pubblicato nel 1919, dopo un intenso lavoro di elaborazione e di revisione, di cui siamo a conoscenza grazie ad un epistolario dell’autore, pubblicato dopo la sua morte dalla moglie Emma.

La formazione travagliata del romanzo si evince sin dal titolo che leggiamo oggi, frutto di cambiamenti e decisioni prese poco prima che il manoscritto andasse in stampa. Da Primo amore, a Ghìsola, a Con gli occhi chiusi: a cosa dare rilevanza? Al primo amore vissuto da un protagonista dalla peculiare debolezza di carattere e sensibilità; al personaggio femminile, su cui è incentrata soprattutto la seconda parte del romanzo, che tenta di monopolizzare con le sue arti (chissà se è proprio corretto definirle tali, dati gli avvenimenti che hanno caratterizzato la sua vita) gli “occhi” del protagonista; o proprio a questi occhi, che non si riducono certo a qualcosa di fisico, bensì patologico?

Una semplice storia, un complesso significato

La trama ruoto intorno a tre personaggi principali: Pietro, un ragazzo di paese dall’elevata sensibilità, introverso, debole caratterialmente e incapace di opporsi al dominio fisico e psicologico che suo padre Domenico vorrebbe avere su di lui. I due soggetti sono l’uno l’opposto dell’altro anche nelle aspirazioni e questa contrapposizione in parte è anche voluta da un figlio che, pur di opporsi tacitamente alla volontà del padre, persegue obiettivi ed esperienze diametralmente contrarie ai progetti paterni. Ghìsola è il personaggio femminile principale del classico: anche lei diversa da Pietro, abile, intelligente (seppur non culturalmente), maliziosa, arrivista come si dimostrerà alla fine del racconto.

Gli occhi chiusi sono la caratteristica comune ai tre personaggi: Pietro ha perennemente gli occhi chiusi durante la sua esistenza. Ha gli occhi chiusi verso la vita: immagina e vive un mondo tutto suo. Da piccolo chiude gli occhi verso le sofferenze e le fatiche della madre, verso le prepotenze e le violenze del padre, verso le amicizie che lo sopraffanno; da adolescente chiude gli occhi verso la volontà del padre, ma anche verso la propria. Non è soddisfatto del percorso di studi intrapreso; del suo “amore” per Ghìsola, che è ormai lontana da lui; delle giornate passate tra la locanda del padre e la casa di campagna. Da adulto, continua a tenere gli occhi chiusi verso ciò che lo circonda: gli inganni di Ghìsola, il risentimento e la delusione del padre, gli sguardi rivelatori dei paesani. Ma anche Domenico chiude gli occhi, soprattutto dopo la morte della moglie: li chiude verso suo figlio, verso gli altri, concentrandosi esclusivamente sul proprio dolore (chissà se dovuto alla perdita dell’amore della sua vita o alla perdita delle abitudini ad esso correlate). E Ghìsola? Il lettore, a primo impatto, può definirla una donna certamente “dagli occhi ben aperti”! Ma, invero, anche lei chiude gli occhi verso la società, verso la sua famiglia e vuole che gli altri chiudano i loro occhi verso di lei.

Anche gli sembrava strano d’esistere; perciò ebbe paura di se stesso, e cercò di dimenticarsi, fissando lungamente le palme delle mani finché riuscì a non scorgerle più

La cecità dei personaggi è soprattutto dettata dalla loro impotenza: nessuno riesce a elevarsi dall’esistenza che vive, e forse nessuno vuole elevarsi, perché “volere è potere”. Tuttavia, questa cecità va calata nel contesto storico e letterario che vive Federigo Tozzi. Noto a tutti è che il romanzo contiene tratti fortemente autobiografici e rispecchia le emozioni dell’autore: la sua instabilità emotiva si riflette, ad esempio, nell’assenza di linearità del racconto. Esso sembra formato da più pezzi, incollati l’uno all’altro senza una logica razionale. Le indicazioni temporali, non a caso, non sono chiare: non si riesce a comprendere lo svolgersi cronologico degli eventi. Anche lo stile è sintomatico di turbamento da parte di chi scrive.

I luoghi che fanno da sfondo alla vicenda sono le città di Siena, Firenze e le campagna senesi. Le descrizioni naturalistiche sono molto precise e reali: il lettore ha ben chiara l’immagine della campagna della Toscana di fine Ottocento. Caratteristica di queste descrizioni è che si uniformano al personaggio di Pietro. Si intravede una natura fredda, a tratti anche svuotata di linfa, che non può che essere proiezione dello stato d’animo dei personaggi.

Il finale dell’opera

Quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola, egli non l’amava più

Come l’intera opera, come gli animi dei personaggi, come la mano dello stesso autore, anche il finale di questa storia ha vissuto fasi burrascose, su cui si sa poco di certo.

Secondo alcune testimonianze, il dattiloscritto originale, andato perso insieme al manoscritto, riportava un finale completamente opposto a quello che leggiamo oggi: lì il racconto si conclude con il perdono di Ghìsola da parte di Pietro, che, alla morte del padre, la prende anche in moglie. Un finale alquanto diverso sia da quello attuale che da quanto conosciamo della vita di Tozzi, di cui è ben noto l’amore incompiuto verso una ragazza di nome Isola. Nei fatti, l’autore ha modificato più volte l’epilogo della storia di Pietro e Ghìsola: in un primo momento la vicenda si sarebbe conclusa con la pura visione del ventre, ormai cresciuto. Ma un tale finale non soddisfaceva appieno il suo autore, che ha ben pensato di rendere tutto più doloroso descrivendo Pietro nell’intento di distruggere tutto ciò che riguardava la sua “non più” amata. Fino a decidere poi per il finale che oggi leggiamo e che abbiamo sopra citato.

La vertigine violenta può essere interpretata come la causa che porta pietro ad aprire gli occhi. Tuttavia, il finale è sospeso, aperto, un po’ in linea con il resto della narrazione. Pietro può aver perdonato Ghìsola, pur non amandola più; può aver aperto gli occhi ed essersi reso conto delle bugie e degli inganni di cui era stato destinatario; può non averli aperti, limitandosi ad adeguarsi, da inetto qual è, alla nuova realtà, che continuerà ad essere “guardata ad occhi chiusi”.

Credo sia questa la ragione per la quale Con gli occhi chiusi costituisce un classico della letteratura italiana. Il romanzo interroga e investiga sul rapporto tra l’uomo e la realtà che lo circonda: con quali occhi l’uomo decide di guardare questa realtà? Pietro ha scelto di chiudere gli occhi dinanzi alla sua impotenza rispetto alla vita e all’affermazione della sua personalità. E noi, cosa scegliamo? Con quali occhi decidiamo di adornare il nostro volto?

Scritto da:

Alice

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.