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“Dasempre & Persempre”: Cesare Beccaria dal Settecento a oggi

“La giustizia divina e la giustizia naturale
sono per essenza loro
immutabili e costanti …
ma la giustizia umana, o sia politica …
può variare a misura
che diventa necessaria o utile alla società quell’azione…”

 

La letteratura italiana comprende un vasto mondo di generi letterari, di cui la narrativa (che è forse il più noto e comune a tutti) ne costituisce solo una parte. Saggistica, poetica, trattatistica, opere che hanno lasciato una impronta nel corso dei secoli non sono mancate. Oggi, nella rubrica “Dasempre & Persempre“, ci dedichiamo ad un ‘trattatello’ che fin dalla sua primordiale bozza ha fondato le basi per una società democratica e ispirata ai canoni di giustizia e razionalità, divenendo un classico della letteratura universale.

Sto parlando di Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, che sono certa già stia risuonando nei nostri ricordi. Chi non ne ha mai sentito parlare? Sarebbe davvero impossibile, essendo un’opera che ancora costituisce punto di riferimento per chi si approccia allo studio del diritto ma soprattutto per chi lo esercita il diritto, a livelli anche massimi.

Il trattato appartiene al secolo illuminista; fu pubblicato precisamente per la prima volta in forma anonima nel 1764, in un’epoca dunque di svolta sociale (nasceva il ceto borghese degli imprenditori, che andava affiancandosi alla nobiltà che aveva predominato fino ad allora) ed economico-giuridica. I ‘lumi della ragione’ dovevano insegnare e guidare gli uomini a osservare e far proprie le cose con una buona dose di razionalità. In una mentalità, però, chiusa fu difficile affermare e inculcare una nuova coscienza: il libro fu infatti inserito nell’Indice dei libri proibiti, ma ciò non gli impedì di essere voluto in tutte le biblioteche d’Europa.

Ma perché?

La domanda può risultare banale; la risposta potrebbe altrettanto esserlo. Basterebbe leggere anche solo le prime trenta pagine per comprendere il portato de “Dei delitti e delle pene”, soprattutto in un mondo in cui le certezze di cui gli Stati si facevano promotori erano altre. Una lettura, invero, non scorrevole nella forma (parliamo di un italiano aulico e diverso da quello a cui oggi siamo abituati), ma tale nella sostanza concettuale. Un italiano settecentesco che riesce comunque ad arrivare al lettore, perché parla di qualcosa che ne rappresenta il pane quotidiano.

Beccaria suddivide il suo libro in capitoli, ma più che capitoli sono piccoli paragrafi, collegati l’uno all’altro, ma distinti solo per enfatizzare un principio, un aspetto, una criticità, messi in luce con una maestria (e un coraggio) che oggi difficilmente trova eguali. L’obiettivo era rendere la società edotta, istruita, perché solo così in grado di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e pervenire alla democrazia pura. Non a caso, l’autore, quando parla di ‘misura dei delitti’ lo fa rivolgendosi automaticamente al ‘danno della società’: più il delitto è grave, più la società ne risulta danneggiata (inevitabilmente il più grave tra i delitti sarebbe quello di attentato, in particolare rivolto ad un uomo di legge).

L’opera

Dal titolo, si comprende come il fulcro intorno al quale si sviluppa l’elaborato sono i delitti e le pene, analizzati non solo autonomamente l’uno dall’altro, con tutti i principi che vi sono correlati, ma anche in modo complementare, per evidenziare i rapporti che ne scaturiscono, le conseguenze positive e negative, le soluzioni più ispirate alla ragionevolezza (un illuminista direbbe alla razionalità).

Nella parte generale (compresa nei primi otto capitoli-paragrafi) si ritorna alle origini: è il peccato il delitto primordiale; è l’assenza di ordine tra gli uomini a portare alla violenza, alla legge del più forte, al mancato bilanciamento di valori. Solo con l’introduzione delle pene, l’uomo rinuncia alla sua porzione di libertà che diventa rispetto nei confronti della libertà altrui, per timore di essere punito in caso di violazione della norma. E la pena deve rispondere a quello che tutt’oggi è uno dei fondamentali principi del diritto penale, ossia quello di proporzionalità, che trova il suo compimento non solo nel quantum della pena (che va commisurato al grado di offesa dell’oltraggio subito), ma nello stesso intervento del diritto penale, necessario solo se il grado, la gravità dell’offesa sono tali da richiederlo.

I capitoli nono, decimo e undicesimo sono dedicati a fattispecie singole di reato, rispettivamente a quelle che alterano l’assetto della società, che offendono la persona e la dignità umana (conseguenti alla violazione delle leggi sull’onore, nel ‘700 ancora vigenti) e che minano alla pubblica tranquillità. Dopo il particolare, Beccaria passa al generale: infatti, solo avendo esperienza e conoscenza del caso concreto è possibile acquisire il principio universale. Nel nostro caso, il fine della pena, ma invero del diritto penale in generale, il quale fine si snoda in due direzioni parallele, ma complementari: punire un reato per indirizzare la collettività sui comportamenti da tenere in una società di diritto e per evitare che il reo commetta nuovamente lo stesso reato, astenendosi da comportamenti poco raccomandabili per timore di incorrere nuovamente nella sanzione penale (capitolo dodicesimo).

Dal tredicesimo al diciottesimo capitolo, l’autore esami gli aspetti che caratterizzano il diritto penale nel suo ambito procedurale. Si passano, quindi, in rassegna aspetti legati alla testimonianza, che va valutata alla luce di tutta la vicenda processuale (non sono di certo attendibili le affermazioni pronunciate da testimoni che non vantano buoni rapporti con la persona contro cui testimoniano); alle prove, che vanno considerate dal giudice in relazione alla fattispecie specifica, dovendosi diversamente scongiurare il sistema allora vigente delle prove legali (la discrezionalità del tribunale, in questi casi, è fondamentale così come lo è il farlo con coscienza e raziocinio). Forte è la polemica contro le accuse segrete, non conformi al sistema repubblicano; contro la tortura, che estorce false verità per porre fine al dolore patito durante la pratica; contro l’utilità dei giuramenti, che Beccaria definisce una mera formalità (“nessun giuramento ha mai fatto dire la verità ad alcun reo“). Forte è l’enunciazione di un principio che ancora oggi vive: la presunzione di innocenza del reo fino a condanna definitiva.

Più di dieci capitoli (fino al trentesimo) sono dedicati al processo e al suo rapporto con la pena e con il reo. Sul primo aspetto, Beccaria analizza le pene previste per i delitti contro la persona e quelli contro le sostanze commessi dai nobili e dai plebei. Le disparità sussistenti in merito nel secolo illuminista sono da lui contestate perché affinché la legge sia giusta e fondi una società giusta è necessario che sia uguale per tutti (ancora oggi nelle aule dei Tribunali si legge a lettere cubitali “la legge è uguale per tutti” o “tutti gli uomini sono uguali dinanzi alla legge”).

Il portato rivoluzionario dell’opera è pieno: le criticità del sistema si estendono su ogni aspetto del diritto del tempo. Si pensi alla confisca dei beni conseguente all’esilio disposto per il condannato: una pena che, secondo l’autore, non colpiva affatto il reo ma la sua famiglia, che non poteva più vivere di quegli stessi beni oggetto del provvedimento. Ma la vera novità fu l’opposizione alla pena di morte (il capitolo quantitativamente più lungo), contraria a qualsiasi forma di rieducazione e riabilitazione del condannato (ancora oggi la nostra Carta costituzionale si fa promotrice di questo principio).

La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla propria dimenticanza, naturale all’uomo anche nelle cose più essenziali, ed accelerata dalle passioni.

Ugualmente, si considera lesiva del principio di giustizia l’eccessiva durata dei processi: Beccaria lo affermava con certezza nel ‘700; ancora oggi, il tema è al centro di un ampio dibattito sia in dottrina che in giurisprudenza.

Nei capitoli trentunesimo, trentaduesimo, trentatreesimo e trentaquattresimo, Beccaria ritorna ad esaminare singole fattispecie delittuose, quali l’adulterio, la libidine, l’infanticidio, difficili da provare e da prevenire, più che punire; il suicidio, verso cui è inutile qualsiasi tipo di pena; il contrabbando, che essendo commesso per evitare il pagamento di tasse o imposte troppo alte, va punito in modo più tenue rispetto agli altri reati di cui si è parlato. In modo differente, invece, vanno punite le inadempienze debitorie, dal momento che un debito può essere non saldato volontariamente o perché nella vera impossibilità materiale di farlo (graduare la pena in tali casi è ragionevole).

A seguire, si affrontano i temi dell’ingiustizia dell’asilo politico per il reo, che risulterebbe così impunito e svincolato dalla legge del territorio in cui ha commesso la violazione; dell’illegittimità di costituire una taglia sul reo, che autorizzerebbe chiunque a provocargli la morte; sulla punibilità degli attentati e dei complici del reato; dell’incertezza che deriva dallo svolgimento di interrogatori suggestivi.

Si conclude con riflessioni sul ruolo dei magistrati, sulle ricompense da attribuire a chi collabora nell’applicazione dei principi di giustizia e nell’osservanza della legge; sull’educazione necessaria affinché si formi una società che sappia distinguere il giusto dall’ingiusto; sui sentimenti di giustizia e obiettività che devono ispirare il giudice o il sovrano nella concessione della grazia.

Da ieri a oggi…

Nel corso dell’analisi di “Dei delitti e delle pene”, più volte è stato sottolineato come criticità e principi enunciati da Beccaria costituiscano oggi aspetti fondamentali del nostro ordinamento giuridico. E sostenere teorie quali l’abolizione della pena di morte, l’inutilità delle prove legali o del giuramento, l’illegittimità dei duelli, l’eliminazione delle disparità di trattamento tra ricchi e poveri, se oggi possa ottenere largo consenso, allora acquisiva un portato rivoluzionario ‘pericoloso’ per chi le enunciava.

Nonostante ciò, il coraggio non è stato vano: la voce di Beccaria è echeggiata non solo in Italia, ma in molti Stati europei, che hanno fatto propri quegli stessi principi di diritto. E se non consideriamo classica un’opera che è sopravvissuta per secoli fino a diventare la base proprio del nostro di secolo, cosa potrebbe mai esserlo? I lumi della ragione hanno dato luce; tutt’oggi la danno; e continueranno così ancora, lasciando a chi legge e chi vive i pilastri su cui mantenere eretta una società democratica e di diritto. Non a caso, il trattato di Beccaria costituisce la prima lettura da fare per chi materialmente sostiene la società; la prima da fare per chi vuole imparare a farlo; la prima da fare per chi vuole vivere in una società che, rispettando i principi di giustizia e ragionevolezza, è destinata a stare in piedi in eterno.

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.

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