Chi ha fatto le carte? Book Cover Chi ha fatto le carte?
Il bosco di latte
Ring Lardner
Racconti
Pagina Uno
maggio 2019
brossura
108

Giocatori di baseball e di football americano, pugili, cantanti, parolieri, musicisti, giornalisti, commessi viaggiatori, barbieri, poliziotti: questi sono alcuni tra i più frequenti protagonisti delle storie di Lardner che per una ventina d’anni hanno deliziato i lettori del Saturday Evening Post e del New Yorker. E poi le donne: donne sposate o in cerca di esserlo, ma ugualmente frustrate e deluse da un mondo nel quale ogni sentimento interiore sembra dover essere sacrificato alla vanità e all’apparenza. Lardner appunta i suoi strali contro la vita cinica e materialista dell’Età del Jazz, ma la sua satira amara e beffarda, anziché perdere vigore, sembra avere acquistato attualità in corrispondenza con il trasferirsi anche da noi di fenomeni e atteggiamenti un tempo caratteristici del costume americano (dal sito di Pagina Uno).

 

Leggere questi racconti è stato un po’ come tornare negli USA, all’esistenza quotidiana della provincia americana, che chi scrive ha vissuto in gioventù negli anni Settanta, quando farlo non era usuale come oggi; risentire le sensazioni di allora, lo spaesamento, l’eccitazione, la curiosità di conoscere quel mondo davvero nuovo.

 

Naturalmente tutto qui (le storie, i personaggi, il retroterra e il momento storico) è in realtà diverso, ma appartiene comunque a quell’insieme eterogeneo di persone, lingue, culture che ha finito per costituire l’agglomerato particolarissimo che noi europei chiamiamo abitualmente “America” anche se, in effetti, questa è solo una parte del continente. Un territorio caratterizzato da qualche grande città, ma soprattutto da cittadine di provincia dove in fondo la vita è la stessa da secoli e la differenza forse è solo nella vicinanza o la distanza dalla frontiera e quindi dalle sue tradizioni e abitudini.

Il filo conduttore della narrazione si snoda appunto sul confine, metaforico e concreto, che caratterizza questo ambiente davvero unico e, per certi aspetti, del tutto incomprensibile anche a noi europei discendenti di quegli stessi antenati che a quel contesto hanno dato vita. Con qualche eccezione, rappresentata, per esempio, dalla figura di John Dewey, padre del “progressivismo educativo”, cresciuto proprio in quella frontiera così lontana e diversa dall’Europa, di cui Nicola Abbagnano e Aldo Visalberghi, (1958) hanno detto:

«Nessun filosofo contemporaneo esercitò un’azione così vasta sul pensiero, sulla cultura, sul costume politico e soprattutto sulla prassi educativa dell’intero mondo civile».

Un legame rappresentato anche, in modo imprevedibile, dalla presenza in Italia, come colonnello e consigliere scolastico delle truppe alleate, di Carleton Wosley Washburne, allievo e continuatore dell’opera di Dewey, la cui riorganizzazione per la scuola materna ed elementare, si basava appunto sul pensiero di Dewey. Una riforma che, con tutte le difficoltà e le resistenze di quel momento storico, ha, però, permesso di mettere in atto in Italia i programmi più liberi e più aperti dall’unificazione in poi.

 

Un percorso, quello del testo di Larder, declinato comunque con una scrittura davvero magnifica che scorre con la stessa facilità di un ruscello di montagna per cui non meraviglia scoprire che fra i suoi ammiratori vi fossero, oltre a Francis Scott Fitzgerald, Ernst Hemingway e Virginia Woolf, con i quali condivideva forse anche una tormentata percezione della vita. Inoltre bisogna dire che questi racconti non solo fanno parte a pieno titolo della letteratura che quegli anni stava illustrando e, in un certo senso, creando un mondo autenticamente nuovo, ma che, nel caso di Lardner, lo faceva con un approccio ironico espresso in un linguaggio innovativo e profondamente contemporaneo e che diventerà quell’inglese “not English”, come lo definirà Virginia Woolf, cioè americano. Dentro storie originali che, però, quel contesto raccontano, a cominciare dal tema del semplice (addirittura sempliciotto) divertimento di provincia, che, in un crescendo vertiginoso e impossibile da fermare, si tinge di nero o forse giallo, alla fine, e ci ricorda che nella quiete apparente di queste cittadine tutto può accadere; anche conclusioni che l’atmosfera da ballata country in cui si svolge tutta la storia faceva sembrare improbabile o perlomeno imprevedibile. Un po’ quello che accade quando nella sonnolenta cittadina raccontata nel film “Il selvaggio” arriva Marlon Brando con il suo gruppo di motociclisti e stravolge ogni tranquilla e rassicurante abitudine; a cominciare dallo strepito e schiamazzo che i centauri fanno gareggiando tra loro e seminando confusione fra i cittadini. Una situazione nuova e imprevista la cui sottovalutazione da parte di quasi tutti gli abitanti, assuefatti ai ritmi lenti e pacifici della loro quotidianità, provoca poi la tragedia finale a cui, sembra allo spettatore attonito e angosciato, che i protagonisti corrano incontro senza che sia in alcun modo possibile fermarli.

 

 

Un altro luogo abituale della narrazione di Lardner è quello delle situazioni tipiche del mondo americano dei decenni passati, l’universo della boxe, di cui ci dice che, diversamente da come si crede, non è sempre la “nobile arte”, ma, soprattutto per quello che riguarda il versante economico, mostra aspetti violenti, squallidi, miserabili ed entra certamente in contrasto con quell’eleganza e umanità che abbiamo visto successivamente con Cassius Clay, poi Muhammad Ali; e noi italiani in particolare con Nino Benvenuti.

Questa riflessione riporta alla mente un famoso episodio che riguarda un altro grande campione, Pietro Mennea, e che avvenne durante un incontro, in California, con Muhammad Ali che gli domanda:

«Ma come fai a correre come un nero tu che sei bianco?». E Mennea risponde: «Sì, ma sono nero dentro».

Dobbiamo anche dire che, leggendo questo libro, chi non lo sapeva può imparare la differenza fra scotch e bourbon, che è un whisky che prende il nome da una contea del Kentucky e viene prodotto solo negli Stati Uniti mentre lo scotch whisky (o semplicemente scotch) è prodotto in Scozia. Questa differenza caratterizza i bevitori in americani tipici e non; o potremmo dire, più causticamente, alla Lardner, in persone ordinarie o raffinate. E attraverso questo particolare argomento Lardner affronta un altro dei suoi temi preferiti, il tema della coppia legata solo dall’interesse e dall’opportunismo; e guarda all’arricchimento che trasporta le persone in modo che non è il loro e del bisogno di apparenza che toglie ogni autenticità ai rapporti umani e che può divorarne anche la forza vitale fino a distruggere anche gli stessi protagonisti di cui rimane, in effetti, solo un involucro vuoto che ha perso ogni umanità e capacità di essere se stesso. Mentre l’osservatore esterno, partecipe suo malgrado, anche quando scorge la verità dietro l’apparenza, appare totalmente attonito e frastornato dalla realtà che scopre momento per momento e a cui comunque sente di essere estraneo e impotente a produrre qualsiasi cambiamento.

 

Come accade, tutto sommato, in un altro racconto che inizialmente sembra toccare argomenti simili e che appare costruito in modo speculare all’altro, ma che subito comincia a provocare nel lettore la sensazione che qualcosa non vada e, mano a mano, si trasforma e perde la connotazione di superficialità che trasmetteva in un primo momento. Si tratta di un crescendo sempre più serrato mentre il monologo, scritto in modo magistrale (come gli altri d’altronde), procede senza sosta; al punto che non si vede l’ora che arrivi al punto e quando finalmente giunge la conclusione, per quanto prevedibile, è davvero un sollievo anche se ci conferma l’idea che, alcuni consapevoli altri assolutamente ignari, i protagonisti siano impantanati dentro una palude dove non si riesce a scorgere alcuna via di scampo. Il tutto, però, dentro l’umorismo caustico di Lardner che non cede e non scompare mai. Prima della fine, infatti, c’è persino un intermezzo molto ironico in cui si parla dell’editoria, del modo in cui viene gestita e di come in realtà vengano pubblicati solo testi di gente conosciuta o appoggiata da qualcuno di importante; un vecchio discorso che si ripresenta sempre nella storia della letteratura. E la totalità di questa riflessione, pur con i toni insensati e vagamente isterici di chi la pronuncia, penetra direttamente nella società che costituisce il retroterra di quell’ambiente letterario che caratterizza gli anni Venti degli Stati uniti, dove nascono e vivono gli amici e compagni dell’avventura esistenziale (e della bevute leggendarie) di Lardner, come Scott Fitzgerald, suo amico per tutta la vita; ed Hemingway, che lo ammira fin da quando era ragazzo. Autori a cui il nostro scrittore non sembra inferiore, da ogni punto di vista, ma che sono certo diversi da lui, molto più impregnato di umorismo sarcastico che di ambizione di riuscire; e che probabilmente, almeno così sembra, non prende abbastanza sul serio né stesso né la società che lo circonda. E da questo punto di vista Lardner appare forse molto più vicino a Dorothy Parker, altra protagonista fondamentale di quella stessa epoca, e al suo modo caustico e certamente tormentato di guardare la realtà. In ogni caso a sembra a chi scrive, come ai critici più recenti, che l’autore non sia tanto un spietato osservatore, ma soprattutto un idealista deluso che per questo si sia rifugiato nel cinismo, ultimo conforto per chi vede il mondo nella sua cruda sostanza. E che questa sua visione sia pervasa da amarezza e delusione per qualcosa in cui probabilmente un tempo ha creduto e che lo ha invece profondamente ferito; emozioni ancora più profonde, perché in quel contesto che disprezza ogni grande valore e sentimento l’autore vive ed è, in fondo, perfettamente, anche se dolorosamente, inserito e costituisce il retroterra e il nutrimento della sua stessa opera con quei personaggi insensibili e noncuranti che lo popolano. In conclusione, parlando di Ring Lardner potremmo dire che la perdita di ogni illusione, come nel suo caso, non nutre certo quella felicità che la stessa costituzione americana riconosce come diritto di ognuno; e che forse gli esseri umani, a volte, avrebbero bisogno di conservare almeno qualche stralcio, al contrario di quello che dice il misantropo Schopenhauer, di

Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente.

 

Biografia dell’autore

 

 Ring Lardner, nato nel 1885 a Niles, in Michigan, fu costretto a lavorare fin da giovane a causa delle difficoltà finanziarie della famiglia, ma ebbe sempre il desiderio di essere un giornalista sportivo; sogno che realizzò dal 1907 in poi diventando anche direttore di una pubblicazione. Dopo aver collaborato collaboratore con diversi giornali sportivi di Chicago, usa la sua esperienza per scrivere una serie di racconti sul baseball pubblicati dal Saturday Evening Post (1914). Inizia così la sua fortunata carriera di narratore di racconti con la pubblicazione del suo primo libro di successo, You Know Me Al, costituito da lettere inviate da un giocatore di baseball di una lega di scarso livello ad un amico rimasto a casa al paese. Come la maggior parte deli lavori di Lardner,You Know Me Al usa modalità ferocemente umoristiche per deridere la stupidità e l’avidità di un certo genere di atleti. Egli fu indubbiamente un arguto e caustico osservatore dei fenomeni e dei comportamenti della sua epoca, capace di fustigare con cinismo le debolezze i vizi della società che lo circondava. Inoltre ad ispirare a Fitzgerald il personaggio di Abe North di Tenera è la notte fu proprio Lardner, che non scrisse mai un vero romanzo, ma che viene da molti considerato come uno dei migliori scrittori di racconti statunitensi; da un lato per la sua capacità di utilizzare la satira, dall’altro perché le sue storie sono profondamente autentiche e raccontano personaggi davvero americani, a cominciare dal linguaggio.