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Blog tour: “Il taglio dell’angelo” di Claudio Coletta, Fazi Editore – Le ambientazioni

 

“Sembrava facile lasciare le cose andare, continuare a giocare, fare finta di non accorgersi di diventare in fretta un uomo, accettare i cambiamenti irrevocabili con la stessa pigra naturalezza di questa città, con la sua disincantata capacità di adeguarsi al mondo che cambia attorno e pretendere che sia vero il contrario. Facile come capire adesso la vera sostanza delle cose soltanto a voltarsi indietro, quando sarebbe bastato conoscere la Storia, per saperlo da sempre. Perché è questo l’inganno di Roma, la sua capacità di sopravvivere, la sia maniera di rimanere eterna.”

 

Nel giallo Il taglio dell’angelo di Claudio Coletta, non troviamo il classico investigatore con difetti e manie così particolari da renderlo originale, bensì un tipo che non ci aspetteremmo di trovare nei panni di chi cerca di scoprire la causa di una serie di omicidi.

Il protagonista, infatti, è un medico, il dottor Lorenzo Baroldi, un uomo maturo, che pensa alla futura pensione e che, da cinque anni, è diventato il direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina dell’Ospedale (o, come si chiamava un tempo, primario di Medicina); un incarico che lo pone in costante lotta tra l’essenza più nobile dell’arte medica e la disumanizzante burocrazia con il problema dei posti letto. È proprio nell’ospedale dove lavora che la vicenda prende avvio, quando un giovane nigeriano viene ricoverato in condizioni disperate, presentando un quadro clinico complesso e senza apparenti spiegazioni, trattandosi di un uomo sano e nel fiore degli anni, prossimo a diventare padre.

Sfuggiva tutto, di quella morte, ma non si sarebbe rassegnato a una sconfitta senza l’onore delle armi”, e per questo Baroldi inizia un’indagine dapprima “medica” e poi “poliziesca”, che lo porterà a svelare delle scomode verità grazie alla sua conoscenza, al suo perseverare e alla sua coscienza di uomo tutto d’un pezzo… unica arma necessaria per trovare, tra le pieghe della ricerca scientifica, la soluzione a cui sia la legge che la polizia non possono arrivare.

Questa, in breve, è la storia, ma per scrivere un romanzo di un certo livello, come appunto è il caso del lavoro di Coletta, sono necessari almeno altri due ingredienti: i personaggi e l’ambientazione. In particolare, qui ci occuperemo del secondo elemento.

Ambientazione, quindi, come parte integrante della storia che, decisamente, in questo giallo, incide notevolmente, non solo come fatto descrittivo (con un luogo reale e ben documentato sia paesaggisticamente che topograficamente), ma in particolare come elemento suggestivo: un complemento di stato in luogo che, interagendo con il personaggio principale, ne arricchisce la profondità psicologica.

La vicenda si svolge principalmente a Roma, città del passato, ma centro gravitazionale del presente. È la città di Lorenzo Baroldi, la Città Eterna dove lui ha vissuto la sua vita, da giovane e da uomo maturo prossimo alla pensione; e, forse per tale motivo, è per questo anche la città dell’eterno ritrovare se stesso, nelle sue vie, nei suoi monumenti e nelle sue atmosfere, nonostante nel giro di pochi anni le trasformazioni paesaggistiche e urbanistiche lo facciano sentire spaesato.

Lorenzo, in Roma, si rispecchia, poiché il suo spirito e la sua coscienza trovano un corrispettivo nell’ambiente che lo circonda. La città diviene uno specchio che, dunque, amplifica i pensieri dell’uomo e rinvia all’individualità del personaggio; uno specchio che non solo riflette, ma anche integra ed esalta le caratteristiche umane, doti fondamentali per venire a capo, come detto, del mistero della morte inspiegabile di alcuni giovani africani.

Roma è la grande città che racchiude, come un’ostrica, le perle del passato e, nel romanzo, questa atmosfera particolare di passato e modernità è descritta con precise pennellate, con precisi riferimenti a vie e piazze, a quartieri e a monumenti (su tutti Castel Sant’Angelo, con la statua dell’angelo a cui fa riferimento il titolo).

A Roma Lorenzo Baroldi vive con la moglie nel “nido” della sua famiglia, ormai abbandonato dai figli adulti, ossia un appartamento, un tempo chiassoso, non molto spazioso e in una zona particolarmente trafficata; lui però:

non si sarebbe mai separato da quelle mura tra cui la sua famiglia abitava da quasi un secolo. Un tempo era campagna tutto attorno, adesso la casa affacciava su una delle strade più trafficate e rumorose di San Giovanni, eppure era l’unico posto dove si sentisse in sintonia con se stesso e il suo modo di vivere.

Non a caso, infatti, Lorenzo risiede in uno dei quartieri storici più popolari di Roma, dove maggiormente evidente è il contrasto tra le antiche rovine (il passato della città, ma anche il passato di Lorenzo) e la moderna architettura (l’epoca attuale, una situazione che influisce anche sul suo animo e il suo lavoro).

È proprio su questo gioco di rimandi tra la Roma del passato e quella di oggigiorno, con le varie fasi della vita di Lorenzo, la vita da giovane e quella da uomo maturo, che emergono, in modo timido, ma molto preciso, i ricordi e i pensieri. Lorenzo, spesso, si trova a fare il paragone con il passato e la storia recente, guardandosi attorno per le vie dei quartieri della capitale, lui che ama prendere il tram e non l’autobus, proprio per assaporare quella atmosfera di altri tempi che l’affollamento del trasporto su gomma, inevitabilmente, toglie. Si potrebbe citare, come esempio su tutti, la riflessione sul mercato in piazza Vittorio, dove tempo fa i banchi erano all’aperto e, successivamente, trasferito nelle vecchie caserme, è diventato un mercato dove i cartellini portano i nomi delle verdure in italiano, arabo e cinese: un continente lontano, brulicante di gente, di odori, di voci che non sembra appartenere alla città che Lorenzo conosce.

I ricordi, dunque, si fondono e trovano una dimensione nella quotidianità. Significativo e struggente, nel sottolineare il tempo che passa e la malinconia che ne rimane, è la breve comparsa di un personaggio minore, la donna del secondo piano della palazzina di fronte a quella di Lorenzo: una donna con i capelli grigi, sola, magrissima nella sua vestaglia e, molto probabilmente, incline a bere molto. Una donna che da ragazzina aveva avuto un flirt proprio con il protagonista. Una storia che, una volta all’università e distratto “dalla vita che lo spingeva con prepotenza via dal cortile”, Lorenzo aveva fatto finire; mentre, ora, “eccoli adesso, sugli stessi balconi di allora, due estranei che facevano finta di non riconoscersi se s’incontravano.

Una storia in una città fatta di storia che è quasi una malinconica poesia.

E Roma, infine, in questo romanzo è anche quella citta tentacolare dove sorgono, nei suoi dintorni, “fabbricati anomali”, edifici anonimi e particolarmente disumanizzanti, dove uomini, scampati alla miseria delle loro terre d’origine, soggiornano, come fossero parcheggiati, in attesa di un futuro migliore; un futuro che però può rivelarsi fatale quando, allettati da un facile guadagno, finiscono per mettere a repentaglio la propria vita, non immaginando che anche per loro ci sarà un Lorenzo Baroldi talmente tenace e pronto a lottare per far luce sui fatti e regalare loro la verità.

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