Anteprima,  Poesia

ANTEPRIMA!!! In uscita il 3 dicembre, “O capitano, mio capitano” di Walt Whitman, Mucchi

O capitano! mio capitano! Book Cover O capitano! mio capitano!
Diecixuno
Walt Whitman
poesia
Mucchi
3 dicembre 2019
cartaceo
80

 

O Captain! my Captain! (O capitano! Mio Capitano!) è la poesia più conosciuta di Walt Whitman (1819-1892), il grande cantore dell’America dell’ottocento, dei suoi paesaggi incontaminati, delle sue città in espansione, della giovane democrazia aperta al mondo e all’immigrazione.

Ma è anche il cantore delle grandi tragedie dell’America, della sua sanguinosa guerra civile e dell’assassinio del Presidente Abraham Lincoln.

Al Presidente è dedicata questa poesia, insolitamente ritmata e regolare, quasi un unicum nella sterminata produzione poetica di Whitman; una canzone che è diventata, anche grazie al suo riutilizzo nei film e nei diversi media, la poesia per antonomasia con cui si rende omaggio a una grande figura che se ne va.

Ripercorrere la storia della ricezione dell’opera di Whitman in Italia, e analizzare in modo comparato le diverse versione della poesia permettono al lettore di cogliere i cambiamenti del gusto e dello stile poetico in Italia da fine ottocento ad oggi, ma anche di scoprire uno scrittore difficilmente catalogabile, polimorfo e ancora attualissimo.

Walt Whitman (Long Island, New York, 1819 – Camden, New Jersey, 1892) poeta statunitense. Nato da una famiglia di origine mista, olandese e americana, e di condizione modesta (il padre era carpentiere), a undici anni lasciò gli studi per entrare, apprendista tipografo, in una stamperia. Nel 1838, a diciannove anni, cambiò mestiere e si mise a insegnare. Ma anche questa fu un’esperienza di breve durata: passato al giornalismo, nel 1841, poco più che ventenne, W. era già direttore del «Daily Eagle» di Brooklyn, era divenuto amico di pittori e cantanti d’opera e aveva pubblicato i suoi primi versi. Nel 1848, per divergenze di opinioni politiche, abbandonò il giornalismo e si volse alla professione paterna. Ma erano ormai gli anni di quei taccuini di note che diventeranno in breve tempo i dodici canti del suo grande libro, Foglie d’erba, che da allora non cesserà di accrescere con prodigiosa continuità sino alla morte. La prima edizione di Foglie d’erba (Leaves of grass) uscì, composta a mano in tipografia dall’autore stesso, nel 1855. L’avvenimento avrebbe dovuto sconvolgere il mondo letterario americano, perché segnava l’apparizione di un «nuovo bardo» e l’inizio di una nuova era nella poesia americana; ma proprio per la sua novità l’opera non fu capita. I critici la ignorarono. Soltanto R.W. Emerson, il pensatore trascendentalista, gli scrisse una lettera entusiasta, pur rimproverandolo poi di averla resa pubblica. Eppure da lì a poco, come ebbe a dire Thoreau, «il suo squillo di tromba echeggerà attraverso quell’immenso accampamento che è l’America». Nel 1862, dopo una visita al fratello George, ferito nella guerra civile, W., mosso da un impulso in cui si intrecciavano il suo senso di umanità e la sublimazione delle sue inclinazioni omosessuali, scoprì in sé la vocazione dell’infermiere, o meglio del grande amico dei sofferenti, e nei tre ultimi anni di guerra si prodigò con straordinaria energia negli ospedali da campo, ricavando dalla singolare esperienza nuova materia per il suo canto. Foglie d’erba ebbe dieci edizioni, continuamente aumentate durante la vita del poeta: la seconda già nel 1856; la terza, comprendente Calamus e Figli di Adamo (Children of Adam), nel 1860; la quarta, che includeva i versi sulla guerra civile, Rulli di tamburo (Drum taps), e l’elegia per la morte di Lincoln, nel 1867; l’ultima, detta «del letto di morte», nel 1892. Nonostante il consolidarsi della sua reputazione anche oltre oceano, nel 1865 W. fu costretto a lasciare il suo impiego al ministero dell’interno per lo scandalo suscitato dal linguaggio e dalle metafore sessuali di alcune sue poesie. Continuò tuttavia a lavorare in impieghi governativi a Washington fino al 1873 quando, colpito da una lieve paralisi, dovette rassegnarsi a una vita più ritirata, ma pur sempre lucidissima, continuando a scrivere, soprattutto in prosa. Nel 1882 uscirono i suoi ricordi di guerra con il titolo Giorni scelti (Specimen days). La statura di W., poeta dell’io (celebre è il suo Canto di me stessoSong of myself) e della collettività, del presente e della democrazia, va al di là dell’intrinseco valore della sua opera poetica per sfociare nel simbolico. Autore di una sola, anche se vastissima, raccolta di poesia, ha avuto un ruolo innovativo non tanto per l’audacia dei temi − l’esplodere dell’eros, la vita e la morte viste da vicino − quanto per il modo in cui essi vengono trattati. Come la poesia della contemporanea Emily Dickinson, anche se con tecniche formali e linguistiche totalmente differenti, la poesia di W. si radica profondamente in quel pianeta americano da cui ogni singola «foglia d’erba» trae energia vitale. Nella loro straordinaria intensità i versi di W. riescono, grazie a una precisione elencatoria che non si fa mai pura cronaca né compiaciuta descrittività, a raggiungere un profondo misticismo. Sia quando cantano un amore paganamente puro, sia quando si soffermano attoniti di fronte allo spettacolo della morte, sia quando tracciano figure di operai e di cocchieri in una notte d’inverno (come in Calamus), o celebrano il progresso nella vigorosa immagine della ferrovia, essi trascendono il proprio oggetto per immergerlo in un campo d’energia ritmica e psichica ben più vasto. Ed è questa la lezione che W. trasmetterà ai suoi eredi più recenti, i poeti della «beat generation», e in particolare ad Allen Ginsberg. Tra le sue opere narrative pubblicate in Italia Franklin Evans, l’ubriaco (2017) e Vita e avventure di Jack Engle (2017).

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.

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